La Filosofia del Daimon Club. Nuovi stimoli per la
ricerca e la creatività.
Noi da sempre siamo convinti con André
Breton che il nostro sapere rispetto alla nostra ignoranza è poca cosa e pertanto noi
vogliamo veicolare con le nostre parole, con le nostre idee e le nostre iniziative un modo
originale, progressista e dinamico di intendere l'educazione e la diffusione delle risorse
intelletive del nostro pianeta. In ogni caso la nostra filosofia che sta alla base del
nostro progetto culturale si rifà all'"etica della conoscenza" di Monod e si
fonda oltre che su una concezione olistica del sapere anche sulla completa fede nella
continua ricerca e nella continua sperimentazione, sola ed unica possibilità di
migliorare le nostre potenzialità e quindi anche la nostra esistenza. Consapevoli dunque
che l'unica cosa che può ormai dare un seppur labile scopo alla nostra vita non può
essere altro che una continua ed interminabile ricerca dei fondamenti scientifici della
nostra realtà noi vogliamo impegnarci affinché tutti si rendano conto che il sapere, le
sue fondamenta e tutti i mezzi per diffonderlo ed ampliarlo devono essere resi pubblici e
disponibili a tutti i cittadini del mondo, è infatti solo in questo modo che possiamo
elevare la qualità della nostra permanenza su questa bizzarra navicella spaziale.
Pertanto deve essere un concetto basilare e consolidato che la scuola, l'educazione
permanente e la ricerca disciplinare ed interdisciplinare devono essere patrimonio di
tutti e devono essere alla base del nostro cammino quotidiano, senza diventare motivo di
scontri politici, economici o peggio ancora marziali. I nostri peggior nemici sono la
nostra ignoranza e la nostra stupidità, insieme e con il contributo di tutti, dobbiamo
pertanto cercare di eliminarli. Proprio per queste ragioni nasce e si sviluppa l'opera di
Carl William Brown e del Daimon Club ed è sempre per queste ragioni che i membri di
questa associazione si impegnano affinché questo modo di intendere l'attività culturale
si diffonda sempre più e riesca nel prossimo futuro a coinvolgere in un progetto via via
più articolato ulteriori personaggi e sempre nuove energie.
Da ciò nasce l'idea di un forum nazionale sulla Teoria
della Letteratura, da intendersi ispirato alla concezione dell'arte per il progresso
come la concepiva V. Hugo e meno all'idea di arte per l'arte secondo l'estetica di T.
Gautier, che vuole essere anche una palestra di discussione sulla conoscenza e sulla
didattica, non escludendo ovviamente alcun tipo di letteratura, compreso ovviamente quella
più decisamente e profondamente scientifica e sperimentale.
Facendo largo uso della nostra esperienza creativa largamente rappresentata all'interno
del nostro sito e confidando in tutte quelle realtà sociali ed artistiche che per loro
natura si sentono vicine al nostro modo di pensare e di operare noi vogliamo veicolare il
principio che la ricerca va sviluppata, incrementata ed agevolata affinché tutti possano
essere impiegati in un lavoro proficuo per l'umanità e per il suo miglioramento. In ciò
gli intellettuali, gli studiosi, i ricercatori, i politici, gli economisti e gli
imprenditori devono offrire tutte le loro capacità in modo tale che le nostre migliori
energie e le fatiche di tutti gli esseri umani non vadano sprecate in lavori inutili e
nocivi. Attualmente questo non avviene ma anzi chi avrebbe la possibilità di contribuire
attivamente al miglioramento della specie il più delle volte, con il sostegno di tanti
servi del pensiero, del privilegio e della vanità, lavora alacremente per sfruttarla, e
per renderla di giorno in giorno più misera, infelice ed ignorante.
Per questo invitiamo tutti a collaborare, nessuno escluso, e a prendere parte alle nostre
iniziative e ai nostri progetti, magari ampliandoli e facendone nascere sempre di nuovi.
E' chiaro che se questa nuova filosofia della conoscenza non farà in modo che nel mondo
si possa raggiungere una maggior eguaglianza e maggiori possibilità per tutti, le nostre
speranze saranno fustigate e nello stesso tempo non si potenzieranno i mezzi per aumentare
il nostro sviluppo ed il nostro benessere, ma al contrario si fomenteranno ancora attriti,
contrasti, scontri, guerre ed il mondo regredirà in maniera traumatica. Serve uno sforzo
globale e di tutti gli uomini di buona volontà, dimenticando una volta per tutte il
proprio egoismo, la propria vanità, la propria meschinità, e soprattutto i propri
privilegi.
Con Leopardi noi siamo fin troppo consapevoli che più si sa, più il mondo scema e
perciò vogliamo dare un forte impulso affinché la povertà e la miseria che ancora
animano il nostro pianeta alla fine scompaiano definitivamente.
In tutto questo processo gli artisti possono fare molto, anche perché le loro
personalità, le loro vite così come i loro lavori sono unici e insostituibili. Ma si
deve fare di più. Ci si deve impegnare maggiormente a favore di tutti e non solo a favore
del proprio misero conto in banca.
Ed è sempre partendo da questa complessa idea progettuale che iniziamo in queste pagine a
raccogliere quelli che sono alcuni capisaldi teorici e idealistici della nostra filosofia
che abbineremo per simpatia a quella che già da tempo viene conosciuta e divulgata come filosofia "Hacker". Con questo nostro lavoro noi
pertanto vogliamo sia rendere omaggio a quei personaggi che ci hanno offerto degli ottimi
esempi, sia dare un nuovo impulso a questa corrente di pensiero che a nostro avviso appare
del tutto degna di essere amata e coltivata.
Ed è quindi salutandovi calorosamente che vi invito a prendere parte alle nostre
iniziative, a vistare il nostro sito, a leggere il nostro statuto e a collaborare con noi
per ampliare sempre maggiormente il nostro discorso e raggiungere così un pubblico sempre
più vasto. E per finire ricordatevi sempre che noi non vogliamo creare organi elitari, o
circoli esclusivi paragonabili ad altre entità ben più conosciute della nostra, ma di
certo meno creative, noi vogliamo stimolare tutti gli uomini di intelletto a lavorare ed a
impegnarsi maggiormente per migliorare sempre di più la creatività dell'umanità, senza
pregiudizi, senza stupidi e anacronistici privilegi, e senza escludere nessun settore
delle varie attività sociali, solo così potremo contribuire ad aumentare il nostro
scibile avvicinandoci sempre di più alla nostra amata e sognata "etica della
conoscenza" e solo così potremo costruirci un piccolo posto nella storia della
nostra evoluzione, nella storia del progresso delle nostre idee. Indice
Carl William Brown
P.S. Questo
articolo, così come le idee contenute nei Principi
sintetici della Daimonologia Applicata, o nel Manifesto
del Nuovo Surrealismo, Nichilista ed Umorista, non è da intendersi assolutamente
definitivo, ma come al solito deve essere visto come una forma di Work in Progress
destinato a perfezionarsi e ad approfondirsi nel tempo. In ogni caso tutta l'opera di C.W. Brown, e tutto il lavoro del Daimon Club
vanno intesi in questa accezione di pensiero. Capisco che i nostri sforzi possono sembrare
ai più come un lavoro del tutto vano e magari astruso e privo di senso, ma in ogni caso
ricordo che noi stiamo lottando come al solito contro il tempo, la morte, il dolore e
l'oblio, da ciò deriva la nostra arte e la nostra forza di sopportazione, per chi dunque
non volesse seguire le nostre orme, non c'è evidentemente alcun problema, tra qualche
anno infatti nessuno più saprà che siamo esistiti, che siete esistiti. E allora suvvia,
cosa aspettate, unitevi a noi, fate sentire la vostra voce!
Links consigliati per l'occasione:
L'origine della Scrittura. http://www.usu.edu/anthro/origins_of_writing/main.html
La conoscenza della letteratura,THE
KNOWLEDGE OF LITERATURE, convegno internazionale a Bergamo -
11 e 12 novembre 2002 http://www.unibg.it
La
pragmatica dell'azione letteraria.
Il mondo sarebbe forse stato diverso se Shakespeare non
fosse esistito, o se avesse scritto 15 drammi invece di 36. Lo stesso discorso vale
ovviamente per Dante o per altri artisti, e ancora di più è applicabile alla pluralità
degli esseri umani, anche se magari hanno scritto un po' di scemenze durante la loro breve
ed insulsa esistenza. Tra qualche anno infatti quasi nessuno più saprà che sono
esistiti, in questo almeno Shakespeare ha saputo fare di meglio.
Oggigiorno poi nessuno più sembra dare alcuna importanza al lavoro dei poeti o degli
scrittori in generale, mentre si da già più autorità al lavoro dei ricercatori
scientifici, non rendendosi conto che la creatività viene in ogni caso favorita
dall'unione delle due culture e che la società non può che guadagnarci da una visione
olistica della realtà. I giornalisti poi non hanno forse neppure il sentore di
appartenere alla classe dei letterati. Le loro opere infatti cadranno al più presto nel
dimenticatoio generale, divorate da una produzione intellettuale sempre più vasta e
sempre più diversificata, ed il loro desiderio di gloria o di fama si limita ovviamente
alla componente economica dell'esistenza.
E' chiaro allora che ogni intellettuale deve cercare, oltre che a guadagnarsi da vivere,
anche di dare un senso civico, culturale e politico alla sua produzione che sarà
ovviamente ispirata dalla sua visione del mondo, dai suoi principi morali e ideologici.
Ogni artista dovrebbe infatti dare un senso profondo alla sua opera e pensare più al
miglioramento della sua funzione sociale e dell'ambiente in cui opera che non all'ultimo
modello della macchina da cambiare.
Per questo io ho sempre cercato di affiancare la mia attività letteraria alla mia
professione di educatore ed ho unito a ciò, grazie alle mie molteplici esperienze
esistenziali, anche il desiderio di creare qualcosa che potesse pragmaticamente operare in ambito culturale e coinvolgere gli altri. Per realizzare
le mie aspirazioni ho lavorato per anni senza pensare al guadagno e alla fine è nato il
Daimon Club, risultante concreta delle mie aspirazioni letterarie e dei miei pensieri.
Tuttavia dopo alcuni anni di contatti con il mondo della cultura mi sono però accorto che
tutti pensano solo a guadagnare e a coltivare il proprio orticello, e invece di
collaborare a diffondere il sapere e le opere dell'ingegno altrui pensano solo al proprio
tornaconto e alla propria stupida vanità. E' stato dunque a questo punto che ho deciso di
allargare e di caricare di più compiti e più
funzioni il lavoro dell'artista, che il più delle volte non riesce o non vuole
comunicare con le sue azioni, ma preferisce far agire gli altri o al limite la sua opera,
anche se ciò evidentemente non basta. In effetti sin dai tempi di Gorgia si sa bene che
il nostro mondo è in preda all'incomunicabilità, anche se in esso vi è una ridondanza
di informazioni, la maggior parte delle quali è inutile e magari anche nociva.
Nasce così il forum nazionale sulla Teoria della Letteratura che ha tra i suoi molteplici
fini in primo luogo quello di diffondere i nostri progetti contenuti all'interno del
nostro Daimon Project. In questo modo ho
cercato di dare un notevole stimolo a tutti affinché gli intellettuali, gli artisti, i
ricercatori, gli imprenditori e più in senso lato tutti gli uomini di buona volontà
possano capire che l'opera e l'attività di uno scrittore può essere di notevole utilità
alla nostra umanità.
Diffondendo così le mie teorie all'interno di una nuova metodologia
che si esprime attraverso i principi della Daimonologia
applicata, e lanciando le mie critiche contro il peggiore di tutti i mali, vale a dire
l'ignoranza, attraverso la mia opera sono arrivato dopo numerosi anni di studio, di
ricerca e di tribolazione ad una nuova meta che non deve essere considerata altro che un
nuovo punto di partenza per tutti gli operatori culturali in senso lato.
Certamente ora non posso più permettermi di sbagliare, anche perché il tempo che mi
rimane non è molto, anche se è pur vero che per fortuna ho almeno già scritto il mio testamento ed il lascito del Daimon Club. Ora dunque
il mio impegno si riverserà tutto nel diffondere lo spirito profondo del Daimon Club e
dei suoi progetti, che vedono al primo posto l'interazione delle due culture (scientifica
e umanistica) ed una maggiore collaborazione tra tutti gli operatori della cultura al fine
di fare in modo che tutti gli artisti possano contribuire in maniera sempre più efficace
al miglioramento della nostra umanità.
Letteratura e
potere.
"Ogni scrittore, come scrive, fa politica, e quindi prende partito. Si tratta solo di
sapere con quale consapevolezza lo faccia", ha scritto una volta Lukács. Questo è
l'assunto dell'antologia, che offre una serie di esempi di politica letteraria sia di
scrittori, sia di detentori di potere sociale o direttamente politico: dai casi più
remoti di Orazio, o dall'età della Controriforma, ai Romantici dell' "arte per
l'arte", a Flaubert, fino a "l'arte per il progresso" di Hugo o Manzoni,
arrivando sino al nostro novecento: la politica letteraria del regime fascista,
l'esperienza del "Politecnico", la collocazione degli scrittori di fronte alla
grande industria neocapitalista. Una sezione è dedicata al tema "letteratura e
rivoluzione", con testi di dirigenti politici (Lenin, Gramsci, Mao) e di scrittori
"schierati" del periodo della Terza Internazionale (Breton, Nizan, Lu Hsun,
Lukács, brecht, Benjamin), preferiti ai più recenti "impegnati" per
l'esemplare rigore delle loro scelte e dichiarazioni. Chiude il volume una sezione
dedicata a Pascoli, (un po' come esercizio di applicazione) dove si danno esempi di
letture "apolitiche" e "politiche" della sua poetica.
Adriano Colombo
Lo
Stato della ricerca in Italia
La ricerca in Italia. Risorse umane: numero
di ricercatori ogni 1000 lavoratori: 3,3 in Italia, 5,7 in Europa.
Dottorato di ricerca. 15000 in Italia 30000 In Europa. Dottori di ricerca per anno: 4500
in Italia, 10000 in Europa.
Risorse Economiche. Spesa in % del PIL: 1,87 in Gran Bretagna; 2,32 in Germania; 2,20 in
Francia; 1,43 in Irlanda; 1,03 in Italia; 0,5 in Grecia.
Di cui per la ricerca di base ('97): 0,50% in Francia di cui lo 0,06 è sostenuta da
privati; 0,42% in Usa di cui lo 0,11 è sostenuta da privati; 0,35% in Giappone di cui lo
0,13% è sostenuta da privati; 0,24% in Italia di cui lo 0,01 è sostenuta da privati.
Spesa in valore assoluto nel 1999 in miliardi di Euro: 42 in Europa (a parità di
popolazione e di PIL) e 11,5 in Italia.
La condizione dei giovani ricercatori in Italia oggi è quella di chi affronta il
dottorato con una borsa di studio di L. 1650000 al mese, senza contributi. Dopo il
dottorato i più fortunati ottengono un assegno di 25 milioni lordi all'anno. I
fortunatissimi alla fine diventano ricercatori, con una paga di circa 2000000 al mese. Il
sistema in Italia li costringe a rimanere a carico della famiglia e del docente di
riferimento fino a 35-40 anni; mentre all'estero l'autonomia finanziaria e di ricerca si
raggiunge molto prima. Per risolvere la situazione basterebbe poco, ma è indispensabile
prendere coscienza della gravità della situazione. Si deve per forza investire nella
ricerca, questo è il messaggio forte lanciato agli organi di governo e ai mass media da
Flaminia Saccà, segretaria dell'ADI (Associazione Dottori e Dottorandi di Ricerca
Italiani). Infatti aggiunge, se è vero che le aziende italiane fanno poco per la ricerca
è anche vero che non si può pretendere che le piccole e medie imprese facciano quello
che non fa lo stato. Ma consapevoli di tutto
ciò gli attuali protagonisti della scena politica ed economica italiana parlano tanto ma
alla fine non fanno proprio nulla e la stessa storia si ripete per gli artisti, gli
intellettuali, gli scrittori, i giornalisti, i professori universitari e via dicendo. Loro
già stanno bene, per gli altri e per il progresso della nostra umanità c'è tempo. E poi
io sono convinto che questi stessi personaggi non intendano proprio allargare il dominio
del sapere anche perché viceversa correrebbero il rischio di perdere i loro atavici ed
anacronistici privilegi.
I nostri superlaureati contribuiscono sempre di più ad
alimentare nel nostro paese il famoso fenomeno della "fuga dei cervelli".
All'estero trovano condizioni economiche migliori, prospettive per un più rapido sviluppo
di carriera e naturalmente trovano più efficienza e più sicurezza. E' anche largamente
risaputo e condiviso il fatto che questo stato di cose è seriamente patologico, perché
denota una deficienza strutturale dei vari istituti di ricerca e delle università
italiane. La maggior parte dei nostri giovani scienziati preferisce dunque emigrare negli
Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia ma anche in altri paesi, l'importante insomma è
andare via dall'Italia.
In tutto questo discorso la letteratura e i
suoi artefici potrebbero avere un ruolo fondamentale nell'impegnarsi a convincere tutti
gli uomini del potere ad affrontare con più serietà e più dinamismo la questione, ma
come al solito i nostri uomini di lettere sembrano dormire e con loro tutti quelli che
gravitano nel mondo dell'informazione e dell'arte più in generale. Forse questo avviene anche perché tutti questi poveri scribacchini e
questi stupidi teatranti di scienza non ne sanno poi molto. E poi a mettere la cigliegina
sulla torta ci pensano i nostri politici, i nostri banchieri, e i nostri imprenditori che
ovviamente pensano solo al business ed al guadagno facile. La scienza anche in questo caso
non fa per loro. E i letterati cosa fanno. Naturalmente niente, o meglio pensano a servire
gli editori, cjhe sono ancora quelli di prima, i politici, e che ormai il più delle volte
coincidono con gli imprenditori, che come tutti ormai sanno pensano solo ad arricchirsi e
a simulare il loro impegno nelle cause più difficili della nostra misera umanità. Indice
Carl William Brown
Literary
Theory An Introduction (Oxford 1983 Ed. Basil Blackwell)
Phenomenology, Hermeneutics, Reception Theory, Structuralism and Semiotics,
Post-Structuralism, Psychoanalysis, New Criticism, Pragmatism, Deconstruction Theory,
Political criticism, Pluralism, and so on...
The problem with literary theory is that it can neither beat nor join the dominant
ideologies of late industrial capitalism. Liberal humanism seeks to oppose or at least
modify such ideologies with its distaste for the technocratic and its nurturing of
spiritual wholeness in a hostile world; certain brands of formalism and structuralism try
to take over the technocratic rationality of such a society and thus incorporate
themselves into it. Northrop frye and the New critics thought that they had pulled off a
synthesis of the two, but how many students of literature today read them? Liberal
humanism has dwindled to the impotent conscience of bourgeois society, gentle, sensitive
and ineffectual; structuralism has already more or less vanished into the literary museum.
The importance of liberal humanism is a symptom of its essentially contradictory
relationship to modern capitalism. For although it forms part of the "official"
ideology of such society, and the "humanities" exist to reproduce it, the social
order within which it exists has in one sense very little time for it at all. Who is
concerned with the uniqueness of the individual, the imperishable truths of the human
condition or the sensuous texturesof lived experience in the Foreign Office or the
boardroom of Standard Oil?
Capitalism's reverential hat tipping to the arts is obvious hypocrisy, except when it can
hang them on its walls as a sound investment. yet capitalism states have continued to
direct funds into higher education, humanities departments, and though such departments
are usually the first in line fos savage cutting when capitalism enters on one of its
periodic crises, it is doubtful that it is only hypocrisy, a fear of appearing in its true
philistine colours, which compels this grudging support. the truth is that liberal
humanism is at once largely ineffectual, and the best ideology of the "human"
that present bourgeois society can muster. The "unique individual" is indeed
important when it comes to defending the business entrepreneur's right to make profit
while throwing men and women out of work; the individual must at all costs have their
"right to choose", provided this means the right to buy one's child an expensive
education while other children are deprived of their school meals, rather than the rights
of women to decide whether to have children in the first place..........
Departments of literature in higher education, then, are part of the ideological apparatus
of the modern capitalist state. they are not wholly reliable apparatuses, since for one
thing the humanities contain many values, meanings and traditions which are antithetical
to that state's social priorities, which are rich in kinds of wisdom and experience beyond
its comprehension. For another thing, if you allow a lot of young people to do nothing for
a fwe years but read books and talk to each other then it is possible that, given certain
wider historical circumstances, they will not only begin to question some of the values
transmitted to them but begin to interrogate the authority by which they are transmitted.
There is of course no harm in students questioning the values conveyed to them: indeed it
is part of the very meaning of higher education that they should do so. Independent
thought, critical dissent and reasoned dialectic are part of the very stuff of a humane
education; hardily anyone, as I commented earlier, will demand that your essay on Chaucer
or Baudelaire arrives inexorably at ceertain pre-set conclusions. All that is being
demanded is that you manipulate a particular language in acceptable ways. Becoming
certificated by the state as proficient in literary studies is a matter of being able to
talk and write in certain ways. It is this which is being taught, examined and
certificated, not what you personally think or believe, though what is thinkable will of
course be constrained by the language itself. You can think or believe what you want, as
long as you can speak this particular language. Nobody is especially concerned about what
you say, with what extreme, moderate, radical or conservative positions you adopt,
provided that they are compatible with, and can be articulated within, a specific form of
discourse. it is just that certain meanings and positions will not be articulable within
it. Literary studies, in other words, are a question of the signifier, not of the
signified. Those employed to teach you this form of discourse will remember whether or not
you were able to speak it proficiently long after they have forgotten what you said.
Literary theorists, critics and teachers, then, are not so much purveyors of doctrine as
custodians of a discourse. Their task is to preserve this discourse, extend and elaborate
it as necessary, defend it from other forms od discourse, initiate newcomers into it and
determine whether or not they have successfully mastered it. The discourse itself has no
definite signified, which is not to say that it embodies no assumptions: it is rather a
network od signifiers able to envelop a whole field of meanings, objects and practices.
Literary criticism selects, processes, corrects and rewrites texts in accordance with
certain institutionalized norms of the literary, norms which are at any given time
arguable, and always historically variable. For though I have said that critical discourse
has no determinate signified there are certainly a great many ways of talking about
literature which it excludes, and a great many discursive moves and strategies which it
disqualifies as invalid, illicit, noncritical, nonsense......The power of critical
discourse moves on several levels. it is the power of "policing" language - of
determining that certain statements must be excluded because they do not conform to what
is acceptable sayable. it is the power of policing writing itself, classifying it into the
"literary" and "non-literary", the enduringly great and the
ephemerally popular. it is the power of authority vis-à-vis others - the power-relations
between those who define and preserve the discourse, and those who selectively admitted to
it. it is the power of certificating or non-certificating those who have been judged to
speak the discourse better or worse. Finally, it is a question of the power-relations
between the literary academic institution, where all of this occurs, and the ruling
power-interests of society at large, whose ideological needs will be served and whose
personel will be reproduced by the preservation and controlled extension of the discourse
in question....
The final logic move in a process which began by recognizing that literature is an
illusion it to recognize that literary theory is an illusion too....It is an illusion
first in the sense that literary theory, as I hope to have shown, is really no more than a
branch of social ideologies, utterly without any unity or identity which would adequately
distinguish it from philosophy, linguistics, psychology, cultural and sociological
thought: and secondly in the sense that the one hope it has of distinguishing itself -
clinging to an object named literature - is misplaced. We must conclude, then, that this
book is less an introduction that an obituary, and that we have ended by burying the
object we sought to unearth......
The strength of the liberal humanist case is that it is able to say why dealing with
literature is worth while. Its answer, as we have seen, is roughly that it makes you a
better person. This is also the weakness of the liberal humanist case.......Liberal
humanism is a suburban moral ideology limited in practice to largely interpersonal
matters. It is stronger on adultery than on armaments, and its valuable concern with
freedom, democracy and individual rights are simply not concrete enough. Its view of
democracy, for example, is the abstract one of the ballot box, rather than a specific,
living and practical democracy which might also somehow concern the operations of the
Foreign office and Standard Oil. its view of individual freedom is similarly abstract: the
freedom of any particular individual is crippled and parastitic as long as it depends on
the futile labour and active oppression of others.......The idea that there are
"non-political" forms of criticism is simply a myth which furthers certain
political uses of literature al the more effectively. The difference between a
"political" and "non-political" criticism is just the difference
between the prime minister and the monarch: the latter furthers certain political ends by
pretending not to, while the former makes no bones about it. it is a distinction between
different forms of politics, between those who subscribe to the doctrine that history,
society and human reality as a whole are fragmentary, arbitrary and directionless, and
those who have other interests which imply alternative views about the way the world is.
There is no way of settling the question of which politics is preferable in literary
critical terms......I argued earlier that any attempt to define the study of literature in
terms of either its method or its object is bound to fail. But we have now begun to
discuss another way of conceiving what distinguishes one kind of discourse from another,
which is neither ontological or methodological, but strategic.
This means asking first not what the object is or how we should approach it, but why we
should want to engage with it in the first place. The liberal humanist response to this
question, I have suggested, is at once perfectly reasonable and, as it stands, entirely
useless. Let us try to concretize it a little by asking how the reinvention of rethoric
that I have proposed (though it might equally as well be called "discourse
theory" or "cultural studies" or whatever)
might contribute to making us all better people. Discourses, sign-systems and signifying
practices of all kinds, from film and television to fiction and the languages of natural
science, produce effects, shape forms of consciousness and unconsciousness, which are
closely related to the maintenance or trasformation of our existing systems of power. They
are thus closely related to what it means to be a person. Indeed "ideology" can
be taken to indicate no more than its connection - the link or nexus between discourses
and power....it is a matter of starting from what we want to do, and then seeing which
methods and theories will best help us to achieve these ends.
Whatever would in the long term replace the departments of literary studies would
centrally involve education in the various theories and methods of cultural analysis. The
fact that such education is not routinely provided by many exixting departments of
literature, or is provided "optionally" or marginally, is one of thei most
scandalous and farcical features. Perhaps thei other most scandalous and farcical feature
is the largely wasted energy which postgraduate students are required to pour into
obscure, often spurious research topics in order to produce dissertations which are
frequently no more than sterile academic exercises, and which few others will ever read.
The present crisis in the field of literary studies is at root a crises in the definition
of the subject itself.......Those who work in the field of cultural practices are unlikely
to mistake their activity as utterly central. men and women do not live by culture alone
the vast majority of them throughout history have been deprived of the chance of living by
it at all, and those few who are fortunate enough to live by it now are able to do so
because of the labour of those who do not. Any cultural or critical theory which does not
begin from this single most important fact, and hold it steadily in mind in its activites,
is in my view unlikely to be worth very much. there is no document of culture which is not
also a record of barbarism. But even in societies which, like our own as Marx reminded us,
have no time for culture, there are times and places when it suddenly becomes newly
relevant, charged with a significance beyond itself.......Imperialism is not only the
exploitation of cheap labour-power, raw materials and easy markets but the uprooting of
languages and customs - not just the imposition of foreign armies, but of alien ways of
experiencing. It manifests itself not only in company balance-sheets and in airbases, but
can be tracked to the most intimate roots of speech and signification. in such situations,
which are not all a thousand miles from our own doorstep, culture is os vitally bound up
with one's common identity that there is no need to argue for its relation to political
struggle. it is arguing against it which would seen incomprehensible.....The workers
writer's movement is almost unknown to academia, and has not been exactly encouraged by
the cultural organs of the state; but it is one sign of significant break from the
dominant relations of literary production. Community and cooperative publishing
enterprises are associated projects, concerned not simply with a literature wedded to
alternative social values, but with one which challenges and changes the existing social
relations between writers, publishers, readers and other literary workers. It is because
such ventures interrogate the ruling definitions of literature that they cannot so easily
be incorporated by a literary institution quite happy to welcome Sons and Lovers, and
even, from time to time, Robert Tressell. These areas are not alternatives to the study of
Shakespeare and Proust. if the study of such writers could become as charged with energy,
urgency and enthusiasm as the activities I have just reviewed, the literary institution
ought to rejoice rather than complain. But it is doubtful that this will happen when such
texts are hermetically sealed from history, subjected to a sterile critical formalism,
pioulsy swaddled with eternal and used to confirm prejudices which any moderately
enlightened student can perceive to be objectionable. The liberation of Shakespeare and
Proust from such controls may well entail the death of literature, but it may also be
their redemption. I shall end with an allegory. We know that the lion is stronger than the
lion tamer, and so does the lion tamer. the problem is that the lion does not know it. it
is not out of the question that the death of literature may help the lion to awaken.
Indice
Terence Eagleton
Retorica
e Logica. Le due culture.
Certo tutti conosciamo la stupida ignoranza scientifica di molti letterati - e dico
'stupida', perché quasi quasi se ne gloriano, ne fanno una civetteria, come se
l'asinaggine potesse mai essere un pregio. Ma qui è ancora piú deplorevole l'ignoranza
scientifica... degli scienziati. La scienza moderna richiede, e quindi alleva, molti
"proletari_ della ricerca" o savants bétes (come li chiama A. Huxléy
sulla scia di V. Hugo): piccoli ricercatori senza cultura e senza luce, manovali della
ricerca scientifica in laboratorio, le cui micro-ricerche si compongono poi nei grandi
quadri scientifici che trascendono la loro intelligenza e la loro cultura. Molti di loro
riescono poi a salire in cattedra - ahimè: e, se pure possono educare qualcuno, educano'
soltanto degli altri manovali, che quando verrà il loro turno saliranno in cattedra.
Fuori del loro "Istituto", smettono di pensare, e ricadono immediatamente al
livello di mentalità pre-logica delle loro mogli, madri e nonne. Per questo, proprio per
mancanza di intelligenza, cultura e fantasia, sono spesso degli ottusi conservatori.....
E' poi vero che molti di questi "proletari della ricerca", mentre poco si
curano, fuori dal campo ristretto delle loro ricerche, di approfondire la loro cultura
scientifica, coltivano invece, come nobile hobby, discipline letterarie, oppure (ora è
assai di moda) la storia dell'arte. Di conseguenza nei nostri climi non c'è un vero e
proprio antagonismo tra i rappresentanti delle due culture: quelli della cultura
letteraria godono di un primato che nessuno contesta loro, tanto meno gli scienziati
"per bene". E qui forse sta il vero guaio.
Comunque, è inutile lamentare il fatto che materialiter non si intendano tra loro -
letterati e scienziati - e non comunichino. All'alto livello di specializzazione in cui
oggi è giunto tutto, è difficile che qualcuno intenda molto nel suo stesso mestiere; è
assurdo pretendere che si intenda di quello altrui. Ed è notevole che una simile
possibilità sia stata in genere sostenuta, e auspicata come attualita, proprio da
letterati, i quali veramente non si rendono conto di che cosa significhi una conoscenza
impegnata in materie terribilmente ardue per i loro stessi cultori.
Ritornando alla dicotomia di Snow, di fatto reazionari ci sono da una parte e dall'altra,
progressisti da tutte e due. E, se è vero che l'abitudine al lavoro in gruppo porta molti
lavoratori alla ricerca scientifica a superare molto piú facilmente pregiudizi sociali e
razziali, è anche vero che sarebbe ingiusto dimenticare la massa di scritti che letterati
di ogni rango e valore hanno prodotto per combattere tali pregiudizi, per sostenere la
causa delle classi inferiori e dei popoli oppressi.
L'opposizione, evidentemente, non è tra "letterati" e "scienziati":
l'opposizione è tra humanae litterae e scienza. Ogni uomo è quell'uomo che è":
buono o cattivo, generoso o chiuso, nobile o volgare, progressista o reazionario, libero e
sano oppure codino... Nessuno è solo un "letterato" o solo uno
"scienziato": e la sua formazione, i suoi abiti, il suo condizionamento derivano
solo in piccola parte dall'attività intellettuale che esercita; assai piú massiccio è
invece l'insieme di preformazioni che porta in essa.
La non coincidenza del quadro del mondo utilizzato dalla cultura axiologica con quello
presentato dalla scienza produce una crisi storica di civiltà, e quindi rappresenta un
elemento dinamico di mutamento (parlo sempre in seno alla civiltà ossia sul terreno della
vita riflessa, culturale).
Ma la cultura axiologica, in quanto si organizza in un sistema di istituzioni etiche,
tende a chiudersi nella sua sostanziale immutabilità, nella sua immanenza - come abbiamo
visto. E chiudendosi diviene non solo extravitale ("piú che vita"), ma
antivitale ("meno vita"). E ciò accade quando i suoi presupposti reali sono
mutati, quando si fonda su un quadro dell'essere erroneo - erroneo proprio dal punto di
vista del sapere.
Il sapere, in quanto regolato dal solo autovalore della verità, è meno vischioso
dell'ethos: naturalmente, anch'esso a conservarsi, ma la legge della verità, con
l'accentuato ascetismo che richiede, neutralizza gran parte dei motivi di vischiosità. La
scienza è più spregiudicata, e quindi, per il suo stesso ufficio, più aderente ai
mutamenti che avvengono nella realtà. Onde essa, operando criticamente contro
l'invecchiata base pseudo-teoretica che sorregge un arcaico sistema di istituzioni etiche
(e quindi di valori), la costringe a mutarsi, costringendo con ciò l'intero sistema a
rimotivarsi, quindi a riorganizarsi: con il risultato che nasceranno istituzioni etiche
diverse, e spesso molto diverse dalle precedenti.
E così l'ascesi scientifica è strumento di riadattamento dell'ethos alle esigenze della
vita: restituisce al mondo dei valori la sua fondazione, la condizione stessa della sua
efficacia - mantiene aperte le vie della sua stessa autotrascendenza.
Questa, e non altra, è la funzione primaria della conoscenza scientifica, in quanto
conoscenza, entro la dialettica storica della civiltà. Chiederle altro, chiederle di
divenire teologia oppure tecnologia, ideologia oppure progettazione pratica, è chiederle
di tradire la sua funzione, di sparire come tale dalla civiltà. Ma è anche chiedere alla
vita di chiudersi in una immanenza antivitale, in una pace e sicurezza che è la pace
della morte.........
Lo scienziato osserva le sue più pubbliche
esperienze e i resoconti di quelle di altre persone; le concettualizza nei termini di
qualche linguaggio, verbale o matematico, comune ai membri del suo gruppo culturale;.... A
modo suo anche il letterato è un osservatore, organizzatore e comunicatore delle più
pubbliche esperienze sue e di altre persone, di eventi che accadono nel mondo della
natura, della cultura e del linguaggio.
Giulio Preti
P.S. (Segnalazione testo) Dai lontani
tempi del saggio di Charles P. Snow Le due culture il dibattito ha assunto varie
sembianze.....Albertina Oliviero, Alberto Oliviero, Riflessi della scienza. Cultura
Umanistica e scientifica a confronto. Roma Valore Scuola
Obiettivo dichiarato del testo è di dimostrare la forte interconnessione tra cultura
umanistica e cultura scientifica.....E' altrettanto indubbio che la scuola potrebbe essere
un luogo di elezione di tale dibattito, in quanto punto naturale di incontro tra le
diverse espressioni della cultura. Questo in astratto, naturalmente, perché ben sappiamo
la rigida organizzazione disciplinare e le inveterate abitudini dell'insegnamento rendano
difficile anche la più semplice comunicazione informale tra discipline
diverse...........Forse in questo modo, invece di tentare improbabili traslazioni dello
Sturm und drang romantico nell'ambito scientifico, si potrebbero, per esempio, tracciare
paralleli tra il ruolo demiurgico che si autoconferiva l'artista romantico e il desiderio
profondo di scoperta di nuove e grandi verità della "Natura" che dominava gli
scienziati della stessa epoca. Indice
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