LIBERO FORUM SULLA STUPIDITA'

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POVERTA', SFRUTTAMENTO E STUPIDITA'. di C.W. Brown

I Poveri non sono solo nei paesi del terzo mondo, ma in realtà ci sono anche tra di noi, nei paesi ricchi, ma ovviamente ugualmente stupidi, e talvolta la loro solitudine e la loro sofferenza non ha nulla da invidiare a chi sta in realtà anche molto più male, come aveva già ben capito Madre Teresa di Calcutta.
Lo vediamo benissimo anche in Italia, l'inflazione continua a crescere, la precarietà del lavoro avanza, i consumi ristagnano, e lo stato sociale a poco a poco va a farsi fottere. Il tenore di vita di tante famiglie scende, quello di alcune è già al limite, il costo della vita invece sale e nel frattempo si impoverisce drasticamente il ceto medio.
Nasce così una nuova figura di quasi emarginato sociale in perenne bilico tra indigenza e sicurezza economica. Nella fascia dei quasi poveri si trovano oggi ben 11 milioni di italiani, infatti uno su cinque vive con un reddito inferiore a 988 euro mensili. (Tra questi abbiamo 4.574.000 persone che vivono con un reddito mensile tra 823 e 988 euro; 3.373.000 persone che vivono con un reddito tra 659 e 823 euro; 2.916.000 persone che vivono con un reddito mensile che non raggiunge i 659 euro). Certo questa soglia è ben distante dall'indice mondiale usato dall'Onu per misurare la povertà, infatti l'Organizzazione dell'ONu che si occupa delle politiche sul lavoro considera povera la popolazione mondiale che vive con redditi inferiori ai 30 dollari al mese, ma pian piano ci avviciniamo. In questa fascia vivono oggi un miliardo di individui, ma se raddoppiamo la soglia scopraimo che circa ben tre miliardi, ovvero la metà della popolazione mondiale vive con 60 dollari al mese. In ogni caso da noi di certo aumenta il malessere sociale e anche i disagi. Per esempio nel 1997 solo lo 0,3% delle case non aveva un wc, nel 2001 la percentuale è più che raddoppiata ed è salita allo 0,8%.
E questi sono i rischi di un capitalismo troppo disinibito sollevati persino dall'Economist. In un saggio pubblicato sul numero di ottobre di Argomenti Umani Silvano Andriani riprende e commenta questo messaggio allarmato. Non è di certo colpa della globalizzazione, infatti questa nell'insieme ha promosso lo sviluppo mondiale al ritmo del 2,8% del prodotto procapite nei paesi occidentali e del 2,2% in tutti gli altri, allargando così il gap tra il West e il Rest del mondo. Ma i veri guai si verificano proprio all'interno del West e soprattutto nel suo cuore, gli Usa. Qui le diseguaglianze sono diventate clamorose e politicamente pericolose. Ci sono in pratica due fenomeni critici. Il primo è lo scandaloso arricchimento di una nuova plutocrazia di manager, di fatto liberati da ogni controllo interno da parte di una proprietà "passiva" e - aggiunge opportunamente Andriani - di un contro potere sindacale fiaccato dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica. Gli stratosferici guadagni di questa plutocrazia gridano al cospetto di Dio, soprattutto dopo che l'ondata discandali sulla manipolazione criminale delle gestioni di tante gigantesche imprese ha spazzato un prestigio "pompato" dalla compiacenza servile di media opportunamente addomesticati. Il secondo è strettamente legato al primo: ed è la invasione di questa plutocrazia nell'area pubblica, che ha assunto, con l'avvento di Bush, proporzioni indecenti. Basti pensare che dei duecento finanziatori e promotori del presidente, quaranta sono stati piazzati in posti governativi e paragovernativi di comando.

Dice l'Economist "...le ineguaglianze possono essere tollerate nella misura in cui producono
vantaggi sociali, ma ci sono dei limiti." E inoltre: "nelle democrazie, i governi devono agire da arbitri e da contrappesi ai potenti gruppi privati. Se essi consentono, o addirittura incoraggiano aziende e individui particolarmente ricchi alla manipolazione delle pubbliche istituzioni, essi rischiano di tendere la pubblica fiducia nella demograzia fino al punto di rottura".....Il fatto è che il problema del "Vuoto di controllo" non sta nelle debolezze delle norme, ma nello squilibrio strutturale dei poteri; specificatamente nel divario che si è creato tra la politica e l'economia: tra la potenza del capitalismo e il potere della democrazia. Ci vorrebbe quindi un vero ed onesto riformismo che possa correggere questa morale impazzita del potere e della stupidità delle istituzioni che invece per il momento stanno disperdendo la loro volontà nelle paludi della corruzione.

La "grande malata" è l' Europa sociale. Una società di piena occupazione deve rispecchiare i valori anziché adattarsi a un ipotetico modello ideale L' ascesa della precarietà ha fatto perdere di vista questa dimensione essenziale degli ordinamenti sociali

I Governi d' Europa sono in cerca di un progetto che permetta di sottolineare la dimensione sociale della costruzione europea, sì da mettere finalmente in evidenza una delle più nobili tra le ragioni che li hanno spinti a imbarcarsi in quest' avventura. La presidenza portoghese dell' Unione ha compreso perfettamente quest' esigenza, come testimonia il numero di colloqui, vertici, seminari che ha organizzato su questo tema nel primo semestre del 2000. Giuristi, economisti, sociologi, politologi sono stati chiamati al capezzale dell' Europa sociale, in un coraggioso tentativo di fare del sociale un obiettivo prioritario della costruzione europea. LA politica economica deve essere "robusta", ossia ricercare la stabilità dei prezzi e (almeno) il pareggio del bilancio: obiettivi cui ci obbliga la tutela dei mercati finanziari. Un secolo di sviluppo della macroeconomia per arrivare a questo punto? O questa prima raccomandazione è banalmente ovvia ? chi infatti potrebbe preconizzare l' inflazione e il disavanzo? Oppure maschera un certo malcontento riguardo agli obiettivi naturali della politica economica, che sono la piena occupazione e l' aumento del tenore di vita? In fatto di salari, la parola d' ordine è "moderazione". è ormai quasi pleonastico affermare che le dinamiche salariali devono essere moderate. Una tale proposizione significa forse che i salariati non debbono più partecipare ai frutti della crescita? E, in caso di risposta positiva, in nome di quale principio economico? In questa materia, le sole proposte ragionevoli sono quelle che si rapportano alla distribuzione del reddito tra profitti, salari, occupazione e rendita finanziaria. Altrimenti dovremmo riconoscere che viviamo in società davvero bizzarre, che si fanno prendere dall' angoscia ogniqualvolta i salari aumentano, ma applaudono freneticamente ogniqualvolta crescono i profitti. Le rimanenti raccomandazioni rispecchiano bene l' atmosfera dominante: la flessibilità, ovviamente; la trasformazione dei sistemi fiscali e di protezione sociale affinché diventino più efficaci nell' "incentivare al lavoro"; la necessità di contenere gli esborsi per spese sociali, a causa della concorrenza internazionale e della resistenza dei contribuenti. Il messaggio è inquietante, giacché l' esigenza di flessibilità, che risulterebbe dalla combinazione degli effetti della globalizzazione e del progresso tecnico, è sinonimo di precarietà. Bisogna dunque, prosegue il programma, compensare questo supplemento di flessibilità con un supplemento di sicurezza. Siamo insomma alla flexicurity. Questo barbarismo, che ha l' aspetto di un concetto nuovo, designa una serie di misure, alcune delle quali rappresentano progressi potenziali (i diritti di prelievo sociali), e altre dei regressi certi. Per esempio, una delle esigenze della solidarietà è di accrescere la protezione dei deboli, e lo strumento privilegiato per ottenere questo risultato consisterebbe nel ridurre la protezione del posto per i "possessori" di un contratto di lavoro a tempo pieno e a tempo indeterminato, ossia i "garantiti". Al contempo, occorrerebbe aumentare le spese attive per l' occupazione, ma restringere l' accesso all' indennità di disoccupazione inasprendone le condizioni, ecc. Qui m' interessa la filosofia generale del programma, e soprattutto ciò che essa rivela della diagnosi delle cause degli attuali squilibri. Il duplice trionfo dell' individualismo e del mercato costringe a ridurre le pretese redistributive delle società (in nome della resistenza del contribuente) e le pretese interventiste dei governi. Bisognerebbe dunque riformare le istituzioni del mercato del lavoro per sopprimere le sue rigidità. Si tratta di ingredienti propri del liberalismo standard. Ma il liberalismo deve essere l' oggetto di una scelta esplicita, assunta in sede politica. E tale scelta è generalmente presentata come un obbligo che s' imporrebbe inesorabilmente all' insieme dei governi dell' Europa continentale. Il capitalismo s' è dimostrato opportunista quanto basta per adattarsi a una spiccata diversità degli ordinamenti sociali nei singoli paesi. Ciò nondimeno, la persistenza della disoccupazione di massa in Europa produce un certo sgomento intellettuale, che conduce non di rado a erigere in modello l' esperienza di altri paesi. è così che gli europei avrebbero guadagnato dall' essere, di volta in volta, francesi negli anni Sessanta, svedesi nei Settanta, tedeschi negli Ottanta, americani o olandesi nei Novanta! La nazione di riferimento degli anni 2000 è ancora indeterminata. Sarebbero - si dice - gli stessi salariati a portare la responsabilità più grande nell' evoluzione della disoccupazione: l' egoismo dei "garantiti" condurrebbe a dinamiche salariali eccessive a spese di coloro che si trovano al margine del mercato del lavoro. Questo discorso di colpevolizzazione dei salariati è troppo caricaturale per essere credibile: bisognerebbe infatti pensare che nelle nostre società il classico conflitto distributivo tra salariati e imprenditori sia scomparso, e sia stato soppiantato da un conflitto interno al mondo del lavoro. La "lotta di classe" opporrebbe ormai i "possessori" di un posto a coloro che sono costretti ad accettare un lavoro precario! è chiaro che le cose sono molto più complesse, e che questo "conflitto" tra lavoratori è il frutto di una visione superficiale della società. Il modello dell' economia di mercato è anche un modello culturale: il modello dell' individualismo. In quanto rappresentano fonti di rigidità, le strutture sociali, e perfino antropologiche, sono giudicate inefficienti. Numerosi autori pensano allora che ciò che è culturale, e dunque relativo, possa costituire un ostacolo alla piena occupazione. E in particolare affermano che la protezione del posto di lavoro (la questione del diritto di licenziare) conduce alla disoccupazione. E' invece vero che la protezione del posto di lavoro incide sulla struttura della disoccupazione a vantaggio degli adulti maschi e a scapito dei giovani. Nei paesi in cui la protezione del posto è debole le probabilità di finire disoccupati sono distribuite tra le classi d' età in maniera più uniforme. è possibile interpretare queste differenze come il risultato di scelte intertemporali diverse delle varie società. Nel caso di una forte protezione del posto, i salariati preferiscono minimizzare i rischi di disoccupazione quando costituiscono una famiglia e allevano dei figli, accettando invece una maggiore precarietà quando sono giovani. Si tratta generalmente di società in cui la famiglia svolge un ruolo importante. Ebbene, questa scelta non è meno razionale di quella della flessibilità. Essa permette infatti ai figli di crescere in migliori condizioni di stabilità, e ai giovani lavoratori in una situazione precaria di beneficiare più a lungo dell' aiuto della famiglia. Inoltre, in questo tipo di società esiste un forte incentivo a innalzare il livello d' istruzione dei giovani, affinché possano evitare il periodo transitorio di precarietà che accompagna di solito l' ingresso nel mercato del lavoro. Nei paesi in cui il ruolo della famiglia ha un rilievo minore, sembra che anche la protezione del lavoro degli adulti sia minore (e il costo della disoccupazione più elevato). In una condizione di piena occupazione i due sistemi si equivalgono, ma poggiano su valori diversi. A ciò si deve se nei nostri sistemi la politica sociale non dovrebbe essere una semplice appendice della politica economica; essa è infatti consustanziale alla democrazia. In una società di piena occupazione, verso la quale l' Europa sociale non può non tendere, le istituzioni debbono innanzitutto rispecchiare i valori, anziché adattarsi a un ipotetico modello ideale. L' ascesa della disoccupazione e della precarietà ha fatto perdere di vista questa dimensione essenziale degli ordinamenti sociali, a vantaggio di una visione apparentemente tecnica, ma nella sostanza ideologica.   (Jean Paul Fitoussi)

Il mondo tuttavia sembra andare sempre di più verso un futuro incerto, e così povertà, sfruttamento, ignoranza e stupidità generano fenomeni del tutto tragici. Per esempio a New York si dichira guerra ai bulli nelle scuole e così arriva il poliziotto in classe, ma anche in Europa le cose non vanno meglio. In Germania esiste per i ragazzi sotto i 14 anni il divieto di uscire da soli da casa dopo le 20 e questo per evitare il baby crimine. Nel Regno Unito nel 2003 un minore su 4 ha compiuto reati e in Francia la legge del settembre 2002 prevede la reclusione in centri di rieducazione per i ragazzini fra i 10 e i 13 anni. Vi sono poi le prede indifese dei trafficanti di bambini e di schiavi, una realtà che riguarda anche i nostri paesi. Infatti sono 1 milione e 200 mila i bambini che ogni anno sono vittime del traffico di esseri umani. Vi sono poi le donne, circa 400.000, di età inferiore ai 18 anni che provengono dai paesi dell'est e sono costrette a prostituirsi in Europa. e Si potrebbe continuare a lungo, anche se sarà difficile raggiungere la cifra di 16 milioni e mezzo di bambini sfruttati in Africa. Insomma anche se siamo nel 2004 la stupidità continua a mietere le sue vittime e a governare il mondo.    Indice Pagina    Indice Forum


POTERE, SCHIAVISMO E STUPIDITA'.  di C.W. Brown

I paesi in cui la schiavitù è legale non esistono, tuttavia quasi in tutto il mondo vengono comprati e venduti esseri umani seguendo la ferrea legge non scritta della stupidità.
Carl William Brown

Oggi nel mondo circa 27 milioni di persone vengono comprate e vendute, tenute prigioniere, brutalizzate e sfruttate. Ma il numero ovviamente è fortemente in difetto.
I proprietari dei bordelli di Israele possono comprare una giovane della Moldavia o dell'Ucraina per circa 3500 euro. Con una decina di prostitute a disposizione, anche una piccola attività ne può fruttare 900.000 l'anno. I trafficanti individuano le loro vittime nelle città dell'Est europeo e le attirano all'estero con la promessa di un lavoro. Le ragazze vengono poi consegnate ai compratori che le picchiano, le violentano e le terrorizzano per piegarle al loro volere. Non sempre però accade questo. Per esempio molte delle prostitute giunte in Italia dall'Albania, dall'ex unione sovietica, o dall'Africa sanno perfettamente la vita che andranno a condurre, sanno anche perfettamente che loro con alcune marchette, salvo casi di feroce sfruttamento, potranno guadagnare persino molto di più di quanto guadagna in un mese un lavoratore medio nei propri paesi di origine e in alcuni casi vedranno perino più soldi in un giorno di quanti non ne vedano i propri connazionali in un anno o addirittura in tutta una vita. E' ovvio quindi che tutto il pianeta è un grande bordello e sin dai tempi più antichi è chiaro che il nostro mondo va sempre di più a puttane. "Davvero è un delitto vendere donne? Ma scusa, non si vendono anche i calciatori?" Milorad Milakovic, dopo le incursioni nei suoi bordelli di Prijedor, si è lamentato: le donne che erano state liberate gli erano costate un sacco di soldi...e voleva un indennizzo. Il problema tuttavia non riguarda solo i paesi del terzo mondo, infatti l'Associazione Children of the Night nella California meridionale si occupa da 24 anni di ragazzine che vanno dagli 11 ai 17 anni e che sono costrette a lavorare come prostitute in Oregon, Washington, Idaho e Nevada o in altri stati. In Usa infatti lo sfruttamento sessuale dei bambini è presente a ogni livello economico e in tutti i gruppi etnici e sociali. Ma a questo riguardo approfondiremo il discorso in un altro saggio.

A Falkland Road, a Mumbai, ogni donna presente nei vari bordelli vive in una gabbia di 1 metro e venti per 1 metro e ottanta. le donne più giovani e carine stanno appunto in mostra in queste gabbie sulla strada per attirare i clienti giorno e notte. Molte vengono portate in questi alveari dai trafficanti; altre sono vendute dai genitori o dai mariti. Nella metropoli indiana circa 50 mila donne lavorano come prostitute: quasi la metà di loro proviene dal Nepal e ha percorso più di 1500 chilometri attraverso l'India. Violenza, malattie, malnutrizione e assenza di cure mediche riducono la loro speranza di vita a meno di 40 anni. Da ricordare a questo proposito che nella Roma antica, su una popolazione di circa 400.000 persone, almeno in 200.000 persone erano dedite alla prostituzione. Il trafficante di esseri umani Chandra Gautam, riconsociuto colpevole è stato condannato a trascorrere 16 anni in una prigione del nepal. Questo paese ha ingaggiato una dura lotta contro il commercio di schiavi con indagini a tappeto e dure pene detentive. In Bosnia, il serbo Milorad Milakovic è stato arrestato con l'accusa di comprare e vendre donne attraverso i bar e i bordelli di sua proprietà: un vero impero, con il quale è diventato ricco. Milakovic sostiene che alcuni membri del contingente dell'Onu e funzionari bosniaci dell'ufficio immigrazione erano tra i suoi migliori clienti. "Il legame tra schiavitù e corruzione del governo è chiaro", dice Corbin Lyday, un ex funzionario dell'Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Usa. "Funzionari governativi assistono, sovrintendono e colludono apertamente con i trafficanti in decine di paesi".

In altre zone del mondo intere famiglie sono costrette dai debiti a lavorare per i creditori. In una fornace dell'India sudorientale le madri e le figlie trasportano i mattoni fatti a mano; padri e figli alimentano il fuoco. I proprietari delle fornaci si procurano i lavoratori prestando i soldi alle famiglie povere che devono affrontare spese al di sopra delle loro possibilità, come cure mediche e funerali. Pur lavorando anni per restituire il denaro, gli interessi esorbitanti perpetuano il debito, che passa da genitore in figlio. Circa due terzi degli schiavi nel mondo - tra i 15 e i 20 milioni di persone - sono assoggettati per debiti in India, Pakistan, Bangladesh e Nepal. Chiaramente nel mondo più civilizzato le cose sono un poco diverse, ma lentamente stanno peggiorando un po' ovunque. E ai poveri schiavi non resta che lavorare e basta, almeno però nel mondo occidentale alcuni riescono a pagarsi le spese. Noi siamo infatti abituati a pensare che la schiavitù sia morta e sepolta da anni, dove gli schiavi incatenati lavoravano nei campi. "A quei tempi la schiavitù dipendeva dalla mancanza di manodopera", spiega Mike Dottridge, ex direttore dell'organizzazione Anti Slavery International, un'ente fondato nel 1839 per estendere la campagna che aveva già abolito la schiavitù nell'Impero britannico. Secondo le ricerche dello storico della schiavitù Kevin Bales, nel 1850 uno schiavo veniva venduto per una cifra equivalente a 40 mila euro di oggi. Una volta gli schiavi venivano rapiti e costretti a lavorare, oggi invece i diseredati sono attirati nel vortice della schiavitù per debiti contratti nella speranza di una vita migliore. Gli uffici di questa organizzazione sono tappezzati di immagini della schiavitù contemporanea: lavori forzati in Africa occidentale, bambini pakistani di cinque o sei anni venduti nel Golfo Persico per fare i fantini nelle corse di cammelli, prostitute bambine thailandesi. Gli schedari sono zeppi di relazioni: bande di schiavi brasiliani nell'Amazzonia che tagliano alberi da cui si ricaverà carbone per la siderurgia, braccianti indiani legatoi ai proprietari terrieri da debiti che hanno ereditato dai loro genitori e che a loro volta trasmetteranno ai figli.

La stima del contributo annuo degli schiavi all'economia globale è di 13 miliardi di dollari. Le attività che impiegano degli schiavi sono numerose, tra le principali abbiamo in Brasile schiavi che lavorano il carbone di legna usato per l'acciaio delle automobili e di altre macchine. Nel Myanmar gli schiavi raccolgono la canna da zucchero e i prodotti agricoli. In Cina i bambini schiavi costruiscono i fuochi d'artificio. In Sierra Leone lavorano nelle miniere di diamanti. Nel Benin e in Egitto producono cotone (un rapporto del governo egiziano del 1999 stimava che nel settore cotoniero del Paese fossero costretti a lavorare un milione di bambini "perché sono più economici e più obbedienti degli adulti e hanno l'altezza giusta per ispezionare le piante di cotone.") In Costa d'Avorio circa 12 mila bambini schiavi raccolgono il cacao che si esporta per fare il cioccolato. nel mondo è stato segnalato lavoro di schiavi anche nelle produzioni di caffè, thè, tabacco e tappeti.
Ma accadono cose di pessimo gusto anche nel mondo ricco ed occidentale. Negli ultimi sei anni, la Coalizione dei lavoratori di Immokalee formata in gran parte da immigrati messicani, guatemaltechi e haitiani, ha liberato molti dei suoi oltre 2000 membri da cinque grandi unità produttive della Florida basate sul lavoro degli schiavi. La Ciw valuta che il 10 per cento dei braccianti statunitensi lavori in schiavitù. Gli altri hanno salari irrisori. Queste sono le strane bizzarrie della nostra splendida realtà. negli Stati Uniti, come in molte altre parti del mondo gli schiavi sono presenti in quasi ogni settore dell'economia in cui sia preminente il lavoro manuale a basso costo. nel 1995 più di 70 donne thailandesi, prigioniere da anni, sono state liberate dalle forze di polizia di Los Angeles, nel quartiere periferico di El Monte, dove confezionavano vestiti per grossisti di abbigliamento. Secondo Kevin Bales oggi negli Stati Uniti sono rpesenti fra i 100 e i 150 mila schiavi. Il traffico di persone negli Usa, secondo il dipartimento di stato, coinvolge quasi 20 mila soggetti all'anno. Molte ragazze vengono costrette a prostituirsi e un gran numero di uomini e donne finisce nei campi. Alcuni vanno a lavorare nelle case di riposo, altri ancora presso qualche famiglia come schiavi domestici.

La compravendita di persone oggi è un'attività conveniente grazie a un paradosso tipico dei nostri giorni: la globalizzazione consente alle merci e ai capitali di circolare nel mondo con estrema facilità, mentre per le persone emigrare legalmente è sempre più difficile, e coloro che vogliono andare nei Paesi in cui hanno maggiori probabilità di procurarsi lavoro si trovano di fronte a impedimenti e restrizioni crescenti.
Chi non può emigrare legalmente, o non può permettersi di pagare le ingenti somme richieste per essere trasportato illegalmente attraverso le frontiere, finisce quasi sempre in preda alle mafie che gestiscono il traffico di persone. Un agente dell'Immigration and Naturalization Service (Ins) degli Stati Uniti, con una lunga esperienza sul campo, dice: "Il contrabbando di persone [cioè l'introduzione illegale in un Paese di persone che poi trovano lavori pagati] e il traffico di esseri umani [in cui la gente finisce schiava o viene venduta dai trafficanti] funzionano esattamente nello stesso modo, usano le stesse vie. L'unica differenza è ciò che accade alla gente alla fine del viaggio". L'inasprimento dei controlli alle frontiere ha causato un notevole aumento delle tariffe del trasporto per gli immigrati illegali, ed è quindi sempre più frequente che questi siano costretti a lavorare come schiavi per ripagare il debito accumulato con i trafficanti che hanno organizzato il viaggio.

Grigoris Lazos, un professore di sociologia che si è dedicato anima e corpo allo studio del traffico degli schiavi dal 1990 ha iniziato una lunga serie di interviste per una ricerca sulla prostituzione in Grecia. Attraverso le prostitute è riuscito a entrare in contatto con coloro che le avevano rese schiave. Nei dieci anni successivi Lazos si è infiltrato all'interno delle organizzazioni criminali responsabili della tratta, riuscendo così a delineare un quadro preciso delle connessioni fra prostituzione e schiavitù nel suo Paese.
"Esistono differenze sostanziali fra le piccole bande di trafficanti e le grandi reti criminali, che usano Internet e le banche", osserva. "In Grecia chiunque possieda un bar o un locale notturno può inviare un uomo di fiducia nel Sud della Bulgaria per comprare una donna. Il pagamento è in contanti. In quella zona una ragazza costa sui 1000 euro, ma, contrattando un po' a volte per la stessa cifra se ne prendono due. Se si vuole spendere poco, è meglio andare il lunedi, perché la maggior parte degli affari si conclude durante i fine settimana. Il lunedì, quindi, è facile procurarsi le rimanenze".

"Invece, una grande rete", continua Lazos, "è in grado di contrattare e di perfezionare transazioni finanziarie anche da lontano. Basta alzare il telefono, chiamare per esempio Mosca e chiedere delle donne: le ragazze verranno inviate in Romania e da qui, attraverso la Bulgaria, proseguiranno il viaggio fino in Grecia. Non occorre neppure che venditore e acquirente si conoscano. L'importatore dice semplicemente: "Ho bisogno di tot donne di prima qualità, tot di seconda qualità, e tot di terza"".
Sfogliando il suo ricchissimo archivio, il professore snocciola i dati sul commercio di esseri umani. "In Grecia fra il 1990 e il 2000 il traffico di donne, cioè la prostituzione forzata, ha prodotto un reddito di circa 5,5 miliardi di euro. Nello stesso periodo le prostitute volontarie, quelle che hanno scelto questo lavoro di loro spontanea volontà e che sono per la maggior parte greche, hanno guadagnato solo 1,5 miliardi di euro".
L'attività dei trafficanti greci studiata da Lazos, per quanto ampia ed efficiente, non è affatto un caso isolato. A Trieste, la porta che dai Balcani immette nell'Italia settentrionale, gli investigatori hanno ricostruito le attività di Josip Loncaric, un ex conducente di taxi di Zagabria, in Croazia. Nel 2000, quando è stato arrestato, Loncaric era proprietario di linee aeree in Albania e in Macedonia, ed era coinvolto negli spostamenti di migliaia di persone destinate non solo alla prostituzione, ma a ogni sorta di lavori umili e mal pagati nei Paesi dell'Unione europea. La moglie e socia d'affari, cinese, gli garantiva un rapporto privilegiato con le Triadi (la mafia cinese) che con Loncaric hanno fatto affari d'oro, facendo passare illegalmente le frontiere a cinesi, curdi, iracheni, iraniani e altri diseredati disposti a ipotecare se stessi nella speranza di un futuro migliore. Molti degli schiavi cinesi di Loncaric erano tenuti prigionieri e costretti a lavorare 18 ore al giorno nei ristoranti o nei famigerati laboratori italiani di pelletteria.

Anche in Italia dunque il fenomeno è abbastanza grave; la prossimità con i Balcani, la grande estensione delle coste italiane e i legami con alcuni paesi dell'Est europeo e dell'Africa ha fatto si che la nostra nazione sia da tempo alle prese con un forte flusso di persone che arrivano, costrette con la violenza, dai paesi poveri come l'Albania, la Nigeria e da altre zone. In gran parte si tratta di giovani donne costrette a prostituirsi, circa 70.000 le vittime di questo sporco traffico secondo il governo italiano. Ma sia in Italia, così come negli altri paesi, gli schiavi sono ancora troppo indifesi, minacciati, e vivendo nel terrore di essere rimpatriati sono sempre alla mercè di organizzazioni mafiose e criminali. Sono pedine confinate ad un universo di emarginazione, che non hanno accesso alle informazioni né talvolta hanno possibilità di contatti con il mondo esterno. Purtroppo, però, con la loro esistenza consentono ai trafficanti di campare sin troppo bene concludendo ottimi affari. A fronte di questa triste emergenza, l'Italia ha concluso accordi per ridurre il traffico di immigrati illegali con Nigeria, Albania, Romania, e Ucraina e la commissione Giustizia della Camera ha approvato una proposta di legge che prevede fino a 20 anni di carcere per il traffico di persone. Se aggiungiamo alle prostitute coloro che lavorano sotto costrizione nei laboratori illegali, nei cantieri, come collaboratori domestici, come mendicanti o sfruttati in altri modi, in Italia, le vittime del traffico di schiavi potrebbero facilmente raggiungere le 150.000 unità. www.nationalgeographic.com/ngm/0309     Indice Pagina    Indice Forum


POTERE, BENEFICENZA E STUPIDITA'  di C.W. Brown

I ricchi fanno la beneficenza, e la beneficenza fa i ricchi. Così accade che chi magari costrusice armi o possieda azioni in multinazionali che sfruttano il mondo in lungo e in largo, poi sia anche tra i maggiori artefici delle fondazioni che si occupano di pace nel mondo, e di solidarietà tra i popoli. Niente di nuovo sotto il sole, lo aveva già detto G.B. Shaw, solo che con il passar del tempo, il virus della stupidità muta sempre più e sembra ormai resistente a qualsiasi forma di terpaia del buon senso. Ormai dobbiamo solo sperare in una cura genetica! Già, sarebbe troppo semplice se la stupidità fosse una malattia come sostiene appunto James Watson, lo scienziato che insieme a Francis Crick, un collega dell'università di Cambridge, scoprì il DNA ben 50 anni orsono. Secondo James, la stupidità non è causata né da bassi livelli di istruzione, né dall'assenza di stimoli nell'infanzia: si nasconde proprio nel profilo genetico dell'uomo. Per questo grazie alle nuove tecnologie genetiche tale imperfezione si può e si deve sconfiggere, rimuovendo appunto il gene responsabile. Ma passiamo dalla teoria alla pratica.

Sono 2 miliardi i bambini nel mondo. 150 milioni soffrono la fame, 120 milioni non frequentano la scuola, 10 milioni muoiono per malattie incurabili, 13 milioni sono orfani a causa dell'aids, in 600.000 sono stati contagiati nel 2000 dal virus dell'hiv.
Negli ultimi 10 anni la mortalità infantile è fortemene diminuita in alcuni paesi poveri del pianeta, dove si nutrono meglio che in passato, sono tutti vaccinati contro tetano e morbillo e hanno finalmente accesso a fonti di acqua potabile. Non solo, nel 1988 i casi di poliomielite sono scesi del 99 per cento e ci sono oggi più allievi nelle scuole che in qualsiasi altro periodo della storia. Tuttavia assieme a questi dati buoni ve ne sono altri invece molto più cattivi. Per esempio un bambino ogni dodici muore prima di aver compiuto il quinto anno di età, nei paesi in via di sviluppo lavorano 250 milioni di piccoli schiavi tra i 5 e i 14 anni, 150 milioni di piccoli soffrono la fame e un milione e mezzo di ragazzi sotto i 15 anni è stato infettato dall'hiv. Ma non è finita qui, infatti nel prossimo anno 26 bambini su 100 non riceveranno alcuna vaccinazione, 30 soffriranno di malnutrizione, 19 non avranno accesso all'acqua potabile, 17 su 100 non frequenteranno mai la scuola e la nascita di 40 bambini su 100 non verrà mai registrata. Il che equivale a dire che queste creature non esisteranno, non avranno quindi una nazionalità, né dei documenti, né un'identità ufficiale.

A fronte di tutto questo l'Unicef ha promosso una sezione speciale sull'infanzia proprio per fronteggiare queste emergenze, assieme all'Onu, a vari governi e a un migliaio di associazioni che si occupano dell'infanzia nel mondo. Nel 1990 si svolse un sammit dell'infanzia di storica importanza, durante il quale i leadres mondiali inserirono nei loro programmi politici le questioni che riguradavano i bambini più diseredati. Furono adottate una serie di misure che si prefiggevano traguardi precisi da realizzare in un periodo di tempo determinato, destinati a garantire la salute e la sicurezza dei più piccoli. In quell'occasione fu anche lanciata la campagna destinata a ratificare l'attuazione della Convenzione dei Diritti dell?infanzia, approvata dall'Onu l'anno precedente. La sessione speciale riunitasi quest'anno, e siamo alla fine del 2003, dovrà stabilire quanti di questi impegni sono stati in raltà mantenuti. Sappiamo infatti sin troppo bene che sia i governi sia le organizzazioni umanitarie talvolta non si comportano nel migliore dei modi, e ovviamente quando si riuniscono per parlare dei problemi dei più poveri spendono cifre enormi in pranzi e cene, per non parlare poi degli stipendi astronomici degli stessi funzionari. Per cui....!

La gente comune nel frattempo dorme e segue le vicende dei vips o degli sportivi, rabbonita e rimbecillita dai mass media e da qualche prete di turno. Così i potenti, approfittando del sonno, gli sfilano il portafoglio di tasca. I politici. I sindacalisti. I banchieri, e persino i bancari. I giornalisti, soprattutto. Gli imprenditori. I funzionari del fisco. Quelli che contano, insomma, i quali, conta di qua, conta di là, alla fine si contano allegramente i soldi della povera gente.
Per fare questi filantropici lavori e per amministrare il bene pubblico ci sono infatti schiere di burocrati, di politici e di funzionari vari che in santa alleanza con la chiesa, con le banche, con le organizzazioni non-profit e con gli imprenditori di ogni settore guadagnano una marea di soldi alle nostre spalle e il più delle volte invece di fare le cose per lo meno nel migliore dei modi, riescono a rovinare sia l'ambiente sia un mucchio di persone, mandando come al solito tutto a puttane, categoria che del resto non fa altro che aumentare.

Così spesso accade persino che i soldi dati in beneficenza vadano ad arricchire altre persone, e che i bisognosi, quelli veri, magari son ancora lì che aspettano. I soldi stanziati per i terremotati? Arrivano iper-ridotti dopo 5 anni. Gli alluvionati in Bangladesh? Mai visto una lira. Gli aiuti per l'Iraq, e chi ne sa qualcosa. E allora, la domanda nasce spontanea: dove finiscono 'sti soldi? Fatevi un giretto alla Fao: stanze e stanzette con opere colossali. Le organizzazioni che fanno? Si spacciano come infinitamente buone, ma il loro unico scopo è aiutare se stesse. Cene sontuose, convegni con cartelle scopiazzate, missioni impossibili costate miliardi per risolversi con un buco nell'acqua (magari era anche un'opera per combattere la sete). Ai poveri destinatari non arriva niente, perché i soldi spariscono in bilanci supergonfiati e in voci degli straordinari da brivido: "Mi scusi, ma in questo bilancio ci sono 5 miliardi che non tornano... Mah, saranno le spese varie." Già, le spese varie negli atelier. E ancora, avanti con le opere di spreco: si vuol costruire un ospedale in Ruanda? Ecco i soldi. Ma, una volta terminato, ci si accorge che quei poveracci non possono utilizzare le attrezzature troppo complicate, e che non sono in grado di aggiustarle... Tutti soldi sprecati. Tutto questo e latro ancora è stato per esempio denunciato da un giornalista, tale Mario Giordano che ne ha per tutti: non si salva nessuno! Pavarotti&Friends, Missione Arcobaleno, la Fao, la Croce Rossa, le Ong e le imprese no profit. Organizzazioni che aiutano esclusivamente loro stesse, pagando profumatamente i loro impiegati, che vivono nel lusso più sfarzoso. Il convegno per la fame nel mondo? E' seguito da una mega abbuffata con prelibatezze, e le varie fondazioni in fin dei conti spesso non sono altro che artifici per scaricare le spese e farle rientrare dal buco della serratura come rimborsi più che meritati per mantenere ad oltranza un solo e vero alibi, la stupidità della specie, ovviamente. E così come i giullari di corte sono autorizzati a raccontare l'imbecillità del loro re, così anche i sicofanti del potere fanno lo stesso, guadagnando per l'impegno, svariati miliardi di lire, naturalmente. E la gente è contenta, la maggior parte dorme, quelli un po' più svegli sono contenti perché c'è gente che denuncia la triste realtà, già poi non cambia niente lo stesso, e infine per quelli che hanno un minimo di genialità non resta che la speranza di un futuro migliore o la scoperta di qualche cura genetica per eliminare il peggiore di tutti i virus, quello della stupidità universale.

I casi di mal governo, mal affare, corruzione e impiego pazzoide delle risorse finanziarie di un paese o di un'organizzazione non si contano di certo, ce ne offre un altro esempio il politico Raffaele Costa che ha analizzato e raccolto 110 casi in cui è stato coinvolto il ministero degli Esteri nell'ambito di spese ingiustificate, anche legali, interessi maturati per mancati pagamenti e danni miliardari sborsati dallo Stato. Nel mirino dell'onorevole di Mondovì la Cooperazione allo sviluppo e gli aiuti ai paesi del Terzo Mondo. Qualcosa evidentemente è andato storto nei rapporti fra lo Stato e le ditte operanti all'estero per costruire opere, vendere merce, offrire tecnologia e servizi. Ma non è stato un caso, era la prassi. Lo dimostrano gli atti giudiziari della Farnesina nei quali si vede uno Stato sommerso dalle vicende giudiziarie o arbitrali e costretto a risarcire denari che si sarebbero potuti risparmiare. La denuncia è bi-partisan, tocca cioé tutti gli schieramenti (dal 1993 a oggi si sono avvicendati nei palazzi del potere centrosinistra, centrodestra e i governi tecnici) e non coinvolge direttamente ministri ma soprattutto funzionari, per dirla con un eufemismo, poco attenti a risparmiare e anzi dediti a male amministrare il denaro pubblico. Anche le leggi ci hanno messo del loro: «Leggi burocratiche assurde, controlli complessi ma inutili, appalti sbagliati, disinteresse che - spiega Costa - hanno generato un'alluvione di sprechi».

L'onorevole punta il dito su vicende di ordinaria amministrazione che a tratti sfiorano il grottesco. Come quella donazione di aerei che il Governo italiano volle fare alla Somalia nel 1986 e che le autorità locali rifiutarono chiedendone la rimozione. Un diniego costato 110 milioni di cui 29 in interessi per l'affitto di hangar e spese varie. Sono soltanto briciole se si considera la storia del mulino costruito in Guatemala il cui conto arrivò dal 1987 al giugno 2002 a 6,2 miliardi di lire (di cui 4 soltanto di interessi maturati in 15 anni). Le cifre salgono in Senegal dove un piano di sviluppo da 25 miliardi ne costa 39 (13 per interessi e 1 per spese arbitrali) o ancora in Somalia dove un primo pagamento di 18 miliardi di lire a un consorzio viene effettuato, ma la ditta richiede una revisione dei prezzi che comporta un aggravio di spesa di 16 miliardi di cui 7 per la revisione e 9 per i soliti interessi. E si potrebbe continuare con l'acquedotto dell'Angola costato un terzo in più rispetto al previsto per i ritardi nei pagamenti, con l'iniziativa di cooperazione e sviluppo in Camerun costata 6 miliardi sui 3 preventivati.       Indice Pagina    Indice Forum


RICERCA E STUPIDITA'

Dedicato a tutti quei politici, industriali, burocrati e stupidi intellettuali o artisti da strapazzo che non sostengono la ricerca scientifica e nemmeno hanno tanto riguardo o rispetto per chi gli fa notare la loro vanitosa e insulsa ignoranza. Dedicato a tutti quei personaggi che alimentano lo sfruttamento, le connivenze, i privilegi e le diseguaglianze nel mondo.

Investimenti in ricerca scientifica in percentuale del PIL

Giappone 2,12 Stati Uniti 1,97 Germania 1,66 Francia 1,38 Regno Unito 1,22 Media Unione Europea 1,19 Canada 1,06 Russia 0,72 Italia 0,53

Numero di Ricercatori

Giappone 644.208 Stati Uniti 1.148.271 Germania 238.944 Francia 156.004 Regno Unito 147.035 Media Unione Europea 784.006 Canada 90.245 Russia Italia 69.621

Pubblicazioni Scientifiche periodo 1997-2002

Stati Uniti 34,86 Citazioni 49,43 Unione Europea 37,12 Citazioni 39,30 Regno Unito 9,43 Citazioni 11,39 Germania 8,76 Citazioni 10,02 Giappone 9,28 Citazioni 8,44 Francia 6,39 Citazioni 6,89 Canada 4,58 Citazioni 5,30

La produzione scientifica mondiale proviene da soli 31 paesi su 193. Sono 200.000 i visti Usa concessi a medici, scienziati e ricercatori nel 2003.
Nel mondo il sapere scientifico è concentrato al 98% in 31 paesi e all'84,5% nelle mani delle nazioni del G7 (Più la Svizzera). Quanto ai finanziamenti il nostro paese è ultimo tra quelli del G8. Per quanto riguarda il rapporto tra il PIL e ricerca scientifica - più questo rapporto è alto più è efficiente il paese nel campo della ricerca - il primato mondiale spetta alla Svizzera, seguita da Svezia ed Israele, con gli Stati Uniti all'11esimo posto e l'Italia al 16esimo. Se analizziamo i paesi del G8 sui finanziamenti dell'industria nella ricerca e nello sviluppo scientifico il primato spetta al Giappone, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Francia, Gran Bretagna e Unione Europea. L'italia è ultima dietro il Canada e la Russia. La nostra industria spende lo 0,53% del PIL contro il 2,12 del Giappone, l'1,79 degli Usa e l'1,19 della media europea. Dieci anni fa l'Italia spendeva il 3,4 per cento. In dieci anni i soldi per la ricerca si sono ridotti a un quinto.

L'Europa è al secondo posto dopo gli Stati Uniti per produzione di ricerca scientifica ma il distacco è tale che non ha senso parlare di competizione.Il 62% degli articoli scientifici più significativi, pubblicati tra il 1997 e il 2001, è targato Usa mentre tutti insieme i quindici paesi della vecchia Unione Europea sono arrivati al 37%. La seconda nazione più produttiva è stata la Gran Bretagna cori ìl 12,78% mentre l'Italia si è posizionata solo al settimo posto con il 4,31%. Un tale distacco è il frutto di una precisa strategia, vincente, perseguita da cinquant'anni: negli Stati Uniti i cosiddetti "cervelli" vengono considerati unarisorsaperlacrescita del paese, una condizione sine qua non per garantire progresso, tecnologia e sviluppo economico. Per questo hanno intrapreso una politica volta ad attrarre medici, scienziati e ricercatori da tutti i continenti (nel 2003 i visti concessi a stranieri altamente qualificati sono stati quasi duecentomila) e così si
sono arricchiti, e continuano a farlo, mentre gli altri paesi perdono risorse preziose per di più dopo averle formate. L'Italia è uno dei paesi che subisce l'esodo dei suoi ricercatori e riduce, in modo lento ma inesorabile, la propria capacità di sviluppo. Gli investimenti negli ultimi dieci anni sono diminuiti di cinque volte portando l'Italia all'ultimo posto fra i paesi del G8, allo stesso livello della Polonia. Paradossalmente, la qualità del lavoro degli scienziati è molto buona, soprattutto se analizzata in rapporto agli scarsi investimenti. Vale a dire: i cervelli in Italia ci sono ma lavorano in condizioni precarie, è facile così dedurre che se fossero finanziati adeguatamente potrebbero eccellere. Eppure, a favore della ricerca si leva un coro di voci unanime, dal governo ai centri di ricerca, alle università, fino ai rappresentanti degli industriali sono tutti d'accordo servono maggiori investimenti per rendere l'Italia più competitiva e per la modernizzazione del paese. A me sembra che per aspirare a questi ambiziosi risultati bisognerebbe prima avere le idee chiare e una strategia in mente. Il Giappone, per esempio, ha scelto la strada della fidelizzazione: si assumono ricercatori anche senza una formazione di alto livello ma il posto di lavoro rimane lo stesso per tutta la vita, così la formazione avviene internamente e il ritorno sull'investimento è assicurato sul lungo periodo. Gli Usa hanno invece adottato l'atteggiamento opposto: si assume solo personale altamente specializzato pronto a produrre, meglio se straniero e quindi già formato nel paese d'origine, e in questo modo non si spende nemmeno un dollaro per i corsi di formazione. In Italia, per il momento, l'unica strada che si segue è quella della generosità: formare i ricercatori e poi lasciarli andare all'estero a tutto beneficio del paese di destinazione. Per invertire questa tendenza sarebbe necessario aggioranre la formazione universitaria e post-universitaria e modificare percorsi professionali e salari dei ricercatori di maggior talento. Inoltre, sarebbe auspicabile suddividere la responsabilità: le istituzioni dovrebbero occuparsi di stabilire le linee guida, in accordo a quelle fissate a livello europeo, ma anche di porre fine agli inutili quanto intoccabili feudi personali, refrattari al cambiamento e responsabili di tanta stagnazione. Il settore produttivo, legato ai grandi gruppi industriali, dovrebbe contribuire in modo consistente a finanziare la ricerca, come è accaduto in Gran Bretagna dove, grazie alla partecipazione dei privati a favore della ricerca pubblica, negli anni'90 il paese ha registrato il più elevato tasso diinvestimenti in ricerca del mondo.
L'Italia, a mio avviso, ha bisogno di un cambio di rotta radicale, di una cultura nuova, da inventare. Non è un processo impossibile piuttosto è inevitabile dal momento che facciamo parte di quel ristretto gruppo di nazioni ricche che vuole avere l'autorità di guidare le scelte del mondo. Non si può appartenere al G8 e non mettere i nostri scienziati nelle condizioni di studiare e proporre strategie per le sempre più urgenti problematiche globali. La ricetta è semplice: delineare le aree strategiche, aumentare la percentuale di investimenti pubblici ma anche incentivare i privati, sollecitare proposte dai ricercatori e poi distribuire i finanziamenti sulla base di un processo di selezione pubblico e trasparente.
Forse si dovrebbe rinunciare anche ad opere faraoniche di dubbia utilità come il ponte di Messina ma certo si farebbe fare un bel saltò di qualità al paese.

Iganzio Marino Direttore del Dipartimento Trapianti d'Organo, Jefferson Medical College, Philadelphia, Usa Da Repubblica del 24 luglio 2004   Indice Pagina    Indice Forum


IMPERO AZIENDE POLITICA POTERE GUERRA E STUPIDITA'

Premessa di Carl William Brown. Da tempo si sà che il mondo è in mano agli stolti e che la nostra ignoranza è di gran lunga più inquietante delle nostre conoscenze, ma si può fare sempre meglio e l'evoluzione della stupidità non deve arrestarsi, solo così infatti gli imbecilli potranno riprodursi e governare al meglio il nostro pietoso pianeta, per cui invito tutti a non lasciarsi prendere alla sprovvista e a prepararsi al meglio per votare alle prossime elezioni. Per Dio, che vinca il migliore !!!!! (P.S. questo aforisma non è così semplice da capire, ma sono sicuro che anche qui farete del vostro meglio)

La giustizia è per i ricchi e gli imprenditori. I "diritti umani" sono per i poveri. È il modello di un mondo fatto di aziende e eserciti. E non possiamo restare neutrali.
L'illusione della pace.

ARUNDHATI ROY, OUTLOOK, INDIA.

ORMAI É UFFICIALE: LA Sydney peace foundation è nel giro del gioco d'azzardo. Nel 2003, con grande coraggio, ha scelto di assegnare il premio per la pace alla dottoressa Hanan Ashrawi, palestinese. E come se non bastasse quest'anno ha scelto proprio me tra tutta la gente del mondo!
Tuttavia vorrei presentare un reclamo. Le mie fonti mi dicono che la dottoressa Ashrawi ha avuto un picchetto di protesta tutto per sé. È una discriminazione. Esigo lo stesso trattamento per tutti i premiati. Posso chiedere formalmente alla fondazione di organizzare una protesta contro di me dopo questo discorso? Non dovrebbe essere difficile. Se il preavviso non è sufficiente, anche domani va benissimo.
Dopo l'annuncio del premio di quest'anno, chi mi conosce bene non ha risparmiato le battute: perché l'hanno assegnato alla più grande rompiscatole del mondo? Nessuno gli ha detto che non hai mai pace? Arundhati cara, cos'è il Sydney peace prize? A Sydney c'è stata forse una guerra che tu hai criticato?
Per quanto mi riguarda, sono felice di ricevere il premio per la pace di Sydney.
Ma devo accettarlo come un premio letterario assegnato a una scrittrice per le sue opere, perché - contrariamente alle molte virtù che mi attribuiscono erroneamente - non sono un'attivista né la leader di un movimento di massa, e di certo non sono "la voce dei senza voce" (sappiamo naturalmente che i "senzavoce" non esistono. Esistono soltanto i "deliberatamente azzittiti" o i "preferibilmente inascoltati").

Cambiamento allarmante

Sono una scrittrice che non rappresenta nessuno se non se stessa. Perciò, anche se mi piacerebbe, sarebbe presuntuoso da parte mia dire che accetto questo premio a nome dei cittadini senza potere e senza diritti che lottano contro i potenti. Posso comunque dire che lo accetto come un'espressione di solidarietà della fondazione per una politica e una visione del mondo condivisa da milioni di persone in tutto il mondo.
Può sembrare paradossale che una persona impegnata per buona parte del suo tempo a elaborare strategie di resistenza e a complottare per turbare questa finta pace riceva un premio proprio per la pace. Dovete ricordare che vengo da un paese sostanzialmente feudale - e poche cose sono più inquietanti di una pace feudale. A volte c'è del vero nei luoghi comuni. Non c'è pace senza giustizia. E senza resistenza non ci sarà giustizia.
Oggi non è soltanto la giustizia, ma l'idea stessa di giustizia a essere attaccata. L'assalto ai settori vulnerabili e fragili della società è così totale, crudele e così astuto - così globale eppure così calibrato, apertamente brutale eppure sottilmente insidioso - che la sua sfacciataggine ha eroso la nostra definizione di giustizia. Ci ha costretti ad abbassare il tiro e a ridimensionare le nostre aspettative. perfino tra chi ha le migliori intenzioni, l'ampio e magnifico concetto di giustizia è gradualmente sostituito dal discorso riduttivo e molto più fragile dei "diritti umani".
A pensarci bene, c'è un cambiamento nel modello d'analisi. Le idee di uguaglianza e di parità sono state smontate e tolte dall'equazione. E' un processo di logoramento. Quasi senza accorgercene cominciamo a pensare alla giustizia per i ricchi e ai diritti umani per i poveri. Giustizia per il mondo delle multinazionali, diritti umani per le sue vittime. Giustizia per gli americani, diritti umani per afghani e iracheni. Giustizia per le caste superiori dell'India, diritti umani per i fuori casta e i senza casta. Giustizia per gli australiani bianchi, diritti umani per gli aborigeni e gli immigrati (il più delle volte neppure questo).
Ormai è evidente che la violazione dei diritti umani è una componente necessaria del processo in corso per imporre al mondo una struttura economica e politica ingiusta. Senza la violazione dei diritti umani su larga scala il progetto neoliberista non potrebbe realizzarsi. Ma sempre più spesso le violazioni dei diritti umani sono presentate come il risvolto sfortunato, quasi accidentale, di un sistema economico e politico per il resto accettabile. Come se le violazioni fossero un piccolo problema che può essere eliminato con un po' di attenzione in più da parte delle organizzazioni non governative. È per questo che in zone di intensa conflittualità - per esempio in Kashmir e in Iraq - i professionisti dei diritti umani sono accolti con una certa diffidenza. Tanti movimenti di resistenza che nei
paesi poveri lottano contro grandi ingiustizie e mettono in discussione i principi sottintesi nei concetti di "liberazione" e "sviluppo", considerano le ong in difesa dei diritti umani come moderni missionari arrivati per alleggerire gli aspetti peggiori dell'imperialismo. Per disinnescare la rabbia politica e mantenere lo status quo.
Sono passate poche settimane da quando, il 9 ottobre, la maggioranza degli australiani ha votato per rieleggere il primo ministro John Howard, che tra (l'altro ha spinto l'Australia a partecipare all'invasione e all'occupazione illegali dell'Iraq. L'invasione dell'Iraq passerà senza dubbio alla storia come una delle guerre più vigliacche mai combattute. Una guerra in cui una banda di paesi ricchi, che dispone di tante armi nucleari da
distruggere il mondo più volte, ha accusato ingiustamente un paese povero di avere armi nucleari, ha usato le Nazioni Unite per costringerlo a disarmarsi e poi l'ha invaso, l'ha occupato e ora è impegnata a venderlo.

II palcoscenico

Parlo dell'Iraq non perché ne parlano tutti (lasciando che altri orrori in altri luoghi si consumino nel silenzio , ma perché è un'anticipazione del futuro. L'Iraq segna l'inizio di un nuovo ciclo. Ci offre l'opportunità di vedere all'opera la cricca multinazionali-militari che è ormai conosciuta con il nome di impero. Nel nuovo Iraq si lavora senza guanti. Mentre la battaglia per controllare le risorse del pianeta si intensifica, il colonialismo economico inscena il suo grande ritorno usando l'aggressione militare. L'Iraq è il culmine del processo di globalizzazione delle multinazionali in cui neocolonialismo e neoliberismo si sono fusi. Se trovassimo il coraggio di sbirciare oltre il velo di sangue, vedremmo le spietate transazioni in corso dietro le quinte. Ma prima, brevemente, parliamo del palcoscenico.
Nel 1991 il presidente americano George Bush senior organizzò l'operazione Tempesta nel deserto. In quella guerra furono uccisi decine di migliaia di iracheni. Il territorio iracheno fu bombardato con più di 300 tonnellate di uranio impoverito, quadruplicando i casi di cancro tra i bambini. Da più di 13 anni, 24 milioni di iracheni vivono in una zona di guerra priva di cibo, medicine e acqua pulita. Nella frenesia che si è scatenata intorno alle elezioni statunitensi ricordiamoci che la presenza di inquilini repubblicani o democratici alla Casa Bianca non ha mai determinato cambiamenti nei livelli di crudeltà. Mezzo milione di bambini iracheni sono morti a causa del regime delle sanzioni economiche nella fase preparatoria dell'operazione Shock and awe.
Fino a poco tempo fa avevamo una contabilità accurata dei soldati statunitensi morti in Iraq, ma non c'erano cifre esatte sugli iracheni uccisi. Il generale americano Tommy Franks ha detto: "Non ci interessa il conteggio dei cadaveri (intendendo il conteggio dei cadaveri iracheni). Avrebbe potuto aggiungere: "Non ci interessano neanche le Convenzioni di Ginevra". Un nuovo studio aprofondito, presentato dalla rivista medica Lancet e ampiamente condiviso da altri esperti del settore, calcola che dall'invasione del 2003 siano morti centomila iracheni. Equivalgono a cento sale come questa, piene di gente. Piene di amici, genitori, parenti, colleghi, innamorati. L'unica differenza è che qui non ci sono molti bambini - non dimentichiamo i bambini iracheni. Tecnicamente questo bagno di sangue si chiami bombardamento di precisione. Nella lingua di tutti i giorni si chiama mattanza. Queste cose sono ormai note. Chi sostiene l'invasione e vota per gli invasori non può rifugiarsi nell'ignoranza: devi veramente credere che questa brutalità sia giusta, o quanto meno accettabil perché è nel suo interesse.
E così il mondo "moderno" e "civile" costruito laboriosamente su un retaggio di genocidio, schiavitù e colonialismo oggi controlla gran parte del petrolio del pianeta. E gran parte delle armi, dei soldi, e dei mass media. Quei docili mass media delle multinazionali per i quali la dottrina della libertà di parola è stata sostituita dalla libertà di parola consenziente.
Hans Blix, il capo degli ispettori delle Nazioni Unite per gli armamenti, ha detto di non aver trovato prove della presenza di armi nucleari in Iraq. Ogni straccio di prova prodotto dal governo americano e britannico è risultato falso - che fossero i resoconti sull'acquisto di uranio in Niger da parte di Saddam Hussein, o il rapporto dell'intelligence inglese che si è rivelato un plagio di una vecchia tesi di laurea. Eppure alla vigilia della guerra, giorno dopo giorno la stampa e i canali televisivi più "rispettabili" degli Stati Uniti hanno lanciato titoloni sulle "prove" di un arsenale di armi nucleari iracheno. Ora si scopre che la fonte di queste "prove" sulle armi atomiche irachene era Ahmed Chalabi che (come Suharto in Indonesia, Pinochet in Cile, lo scià di Persia, i taliban e, ovviamente, lo stesso Saddam Hussein) era stato assoldato per milioni di dollari dalla vecchia buona Cia. E così un paese è stato ridotto all'oscurità a forza di bombe. E' vero che ci sono state delle frasi di scusa. Ci spice per quella gente, ma dobbiamo veramente andare avanti. Cominciano a circolare nuove voci sulla presenza di armi nucleari in Iran e in Siria. E indovinate chi riferisce queste voci? Gli stessi reporter che avevano fatto gli "scoop" fasulli sull'Iraq: la squadra dei giornalisti superembedded.
Il capo della BBC britannica si è dovuto dimettere e un uomo si è suicidato perché un reporter della BBC aveva accusato l'amministrazione Blair di "gonfiare" i rapporti d'intelligente sulle armi di distruzione struzione di massa irachene.
Ma il premier britannico resta in carica anche se il suo governo ha fatto ben di più che "gonfiare" i rapporti di intelligenee. È responsabile dell'invasione illegale di un paese e dello sterminio di massa del suo popolo.


Spremere la gente

Chi vuole entrare in Australia, come me, quando riempie il modulo del visto deve rispondere a una domanda: ha mai commesso o è stato coinvolto in crimini di guerra contro l'umanità o i diritti umani? George W. Bush e Tony Blair otterrebbero il visto per l'Australia? Secondo i principi del diritto internazionale rientrano senza dubbio nella categoria dei criminali di guerra.
Ma è ingenuo immaginare che il mondo cambierebbe se fossero rimossi dalla loro carica. La tragedia è che i loro avversari non si oppongono realmente a queste politiche. I toni apocalittici della campagna elettorale statunitense sono stati riservati alla discussione su chi sarebbe stato un migliore comandante in capo e un manager più efficiente dell'impero americano. La democrazia non offre più una vera scelta, agli elettori. Solo una scelta apparente.
Anche se in Iraq non sono state trovate armi di distruzione di massa, ci sono nuove prove sconvolgenti che Saddam Hussein stesse progettando il riarmo (come se io progettassi di vincere un oro olimpico per il nuoto sincronizzato).
Grazie al cielo c'è la dottrina della guerra preventiva. Dio solo sa quanti altri pensieri malvagi avesse    Saddam - spedire Tampax per posta ai senatori americani, o liberare coniglie in burqa nella metropolitana londinese. Senza dubbio tutto verrà alla luce nel libero ed equo processo a Saddam Hussein che si terrà presto nel nuovo Iraq.
Verrà alla luce tutto, tranne il capitolo in cui sapremmo che Stati Uniti e Gran Bretagna l'avevano coperto di soldi e assistenza materiale all'epoca dei suoi criminali attacchi
contro i curdi e gli sciiti iracheni. Tutto tranne il capitolo in cui sapremmo che un rapporto di dodicimila pagine presentato dal governo di Saddam Hussein alle Nazioni Unite è stato censurato dagli Stati Uniti perché elenca 24 multinazionali americane che hanno partecipato al programma di armi convenzionali e nucleari dell'Iraq prima della guerra del Golfo (ci sono Bechtel, DuPont, Eastman Kodak, Hewlett Packard, International computer systems e Unisys).
E così l'Iraq è stato "liberato". La sua gente è stata soggiogata e i suoi mercati sono diventati "liberi". Questo è l'inno del neoliberismo. Liberate i mercati. Spremere la gente. Il governo americano ha privatizzato e venduto interi settori dell'economia irachena. Le politiche economiche e le eggi in materia fiscale sono state riscritte. Le società straniere ora possono comprare il 100 per cento delle aziende irachene ed esportare i profitti.
Questa è una palese violazione delle leggi internazionali ed è una delle ragioni principali della farsa clandestina e frettolosa con cui il potere è stato "consegnato" a un "governo provvisorio': Quando la consegna dell'Iraq alle multinazionali sarà completa, una dose modesta di vera democrazia non farà alcun male. Potrebbe essere una buona pubblicità per la versione aziendale della teologia della liberazione, nota anche come nuova democrazia.

Farsa intrisa di Sangue

Non sorprende che la messa all'asta dell'Iraq abbia provocato una corsa verso la mangiatoia. Grandi aziende come la Bechtel e la Halliburton - che un tempo era guidata dal vicepresidente americano Dick Cheney - hanno ottenuto contratti colossali per le opere di "ricostruzione"
Un breve curriculum di una di queste multinazionali può dare al profano l'idea di come funziona il meccanismo - non solo in Iraq, ma in tutto il mondo. Prendiamo la Bechtel, per esempio - solo perché la povera piccola Halliburton è sotto inchiesta con l'accusa di aver gonfiato le fatture per le forniture di carburante in Iraq e a causa dei suoi contratti per "ripristinare" l'industria petrolifera irachena, contratti che hanno avuto un costo piuttosto alto: 2,5 miliardi di dollari.
Il gruppo Bechtel e Saddam Hussein sono vecchi compari. Molti dei loro affari furono negoziati addirittura da Donald Rumsfeld. Nel 1988, dopo che Saddam Vussein aveva gassato migliaia di curdi, la Bechtel firmò dei contratti con il suo governo per costruire un impianto chimico a Baghdad.
Storicamente il gruppo Bechtel ha avuto e continua ad avere legami strettissimi con l'establishment repubblicano. Potreste definire la Bechtel e l'amministrazione Reagan-Bush una squadra. L'ex segretario alla difesa Caspar Weinberger è stato consulente legale della Bechtel. L'ex vicesegretario per l'energia, W. Kenneth Davis, è stato il vicepresidente
della Bechtel. Riley Bechtel, presidente della società, fa parte del consiglio per le esportazioni del presidente degli Stati Uniti. Jack Sheehan, generale in pensione dei marines, è un altro vicepresidente della Bechtel e membro della commissione per la difesa. L'ex segretario di stato George Shultz, che fa parte del consiglio di amministrazione del gruppo Bechtel, è stato presidente del consiglio consultivo del comitato per la liberazione dell'Iraq.
Quando il New York Times gli ha chiesto se era preoccupato per un possibile conflitto d'interessi tra i suoi due "lavori'; Shultz ha risposto: "Non mi risulta che alla Bechtel gioverebbe particolarmente (invasione dell'Iraq. Ma se c'è un lavoro da fare, la Bechtel è il tipo di società che può farlo". In Iraq la Bechtel ha ottenuto contratti per più di un miliardo di dollari, tra cui ordini per ricostruire impianti idroelettrici, reti elettriche e idriche, sistemi fognari e strutture aeroportuali. Anche senza il gioco delle parti, sarebbe una farsa da camera da letto - se non fosse così intrisa di sangue.
Tra il 2001 e il 2002 nove membri su 30 della commissione statunitense per la difesa avevano legami con società che avevano rievuto contratti militari per 76 miliardi di dollari. Un
tempo le armi erano prodotte per combattere le guerre. Ora le guerre si fanno per vendere armi.
Tra il 1990 e il 2002 il gruppo Bechtel ha contribuito con 3,3 milioni di dollari alla campagna elettorale finanziando sia repubblicani sia democratici. Dal 1990 ha ottenuto più di duemila contratti pubblici per un totale di più di undici miliardi di dollari. E' un investimento incredibilmente fruttuoso, no?
E la Bechtel ha lasciato tracce in tutto il mondo. È così che fa una multinazionale. Il gruppo Bechtel ha attirato per la prima volta l'attenzione del mondo quando ha firmato un contratto con Hugo Banzer, l'ex dittatore boliviano, per privatizzare i rifornimenti idrici della città di Cochabamba. Per prima cosa fu alzato il prezzo dell'acqua. Centinaia di migliaia di persone che non potevano permettersi di pagare le bollette della Bechtel scesero in piazza. Un enorme sciopero paralizzò la città. Fu subito dichiarata la legge marziale. Anche se alla fine fu costretta ad abbandonare i suoi uffici, la Bechtel sta ancora negoziando una buonuscita di milioni di dollari dal governo boliviano per la perdita di potenziali profitti. E questo, come vedremo, sta diventando un popolare sport aziendale. In India la Bechtel e la General Electric (Ge) sono i nuovi proprietari del famigerato e fallito progetto energetico della Enron. Il contratto della Enron, che legalmente vincola il governo dello stato del Maharashtra a pagare alla società la somma di 30 miliardi di dollari, è il più grande mai firmato in India. La Enron non ha esitato a vantarsi dei milioni di dollari che ha speso per "educare" i politici e i burocrati indiani. Il contratto della Enron nel Maharastra - il primo progetto energetico privato "agevolato" dell'India - è diventato famoso come la più grande frode nella storia del paese (la Enron è stata un altro dei grandi finanziatori della campagna elettorale del partito Repubblicano). In India l'elettricità prodotta dalla Enron aveva un costo così alto che il governo di new Delhi ha ritenuto più economico non comprarla e pagare alla Enron i compensi previsti dal contratto. Questo significa che il governo di uno dei paesi più poveri del mondo pagava alla Enron 220 milioni di dollari statunitensi all'anno per non produrre elettricità! Ora che la Enron ha chiuso, la Bechtel e la General Electric hanno promosso un'azione legale contro il governo indiano chiedendo 5,6 miliardi di dollari. Non è neppure una parte del denaro che loro (o la Enron) hanno realmente investito nel progetto. Ancora una volta, è una proiezione dei profitti che avrebbero ricavato se il progetto, fosse stato realizzato.
Per darvi un'idea delle dimensioni, 5,6 miliardi di dollari sono poco più della cifra di cui il governo dell'India avrebbe bisogno ogni anno per un progetto di tutela dell'occupazione rurale capace di garantire un salario di sussistenza a milioni di persone che vivono nella povertà più abietta, schiacciati dai debiti, dagli sfollamenti, dalla denutrizione cronica e
dall'Organizzazione mondiale del commercio. L'India è un paese dove gli agricoltori strangolati dai debiti sono spinti al suicidio - non a centinaia, ma a migliaia.
Il progetto di tutela dell'occupazione rurale presentato dal nuovo governo eletto a maggio è deriso dalla classe imprenditoriale indiana che lo considera una richiesta irragionevole e utopistica avanzata da una sinistra "pazzoide" ritornata al potere. "Dove trovare i soldi?",
chiedono con disprezzo. Eppure, ogni volta che si parla di annullare un pessimo contratto con una multinazionale notoriamente corrotta come la Enron, gli stessi cinici cominciano a sproloquiare sulla fuga dei capitali e sul rischio terribile di "creare un clima sfavorevole agli investimenti".
L'arbitrato tra la Bechtel, la General electric e il governo indiano è attualmente in corso a Londra. La Bechtel e la Ge hanno motivi di speranza. Il ministro delle finanze indiano che aveva avuto un ruolo centrale nell'approvazione del disastroso contratto con la Enron è tornato a casa dopo aver passato qualche anno al Fondo monetario internazionale. E oltretutto è tornato con una promozione in tasca. Oggi è vicepresidente della Commissione per la pianificazione.
Pensateci. l profitti nazionali di un unico progetto sarebbero sufficienti per assicurare un centinaio di giornate di lavoro all'anno a salario minimo per 25 milioni di persone. Sono cinque milioni in più degli abitanti dell'Australia: questa è la scala dell'orrore del neoliberalismo. E la storia della Bechtel è ancora più grave. In una vicenda che si può definire solo scandalosa, scrive Naomi Klein, la Bechtel è riuscita a vincere una causa contro l'Iraq lacerato dalla guerra per "risarcimenti di guerra" e "profitti mancati". Le sono stati concessi sette milioni di dollari.

II nuovo Iraq

Perciò, tutti voi giovani laureati in management non preoccupatevi di Harvard e Wharton - ecco la guida al successo aziendale per il manager pigro: primo, riempite il consiglio di amministrazione di importanti funzionari pubblici. Secondo, riempite il governo
di membri del vostro consiglio d'amministrazione. Aggiungete petrolio. Mescolate. Quando nessuno saprà dire dove finisce il governo e dove comincia la vostra azienda, mettetevi d'accordo con il governo per equipaggiare e armare un feroce dittatore in un paese ricco di petrolio.
Guardate da un'altra parte mentre uccide la sua popolazione. Fate bollire a fuoco lento. Usate il tempo per procurarvi alcuni miliardi di dollari in contratti pubblici. Poi accordatevi di nuovo con il vostro governo mentre rovescia il dittatore e bombarda i suoi sudditi, prendendo specificamente di mira infrastrutture essenziali e uccidendo in corso d'opera un centinaio di migliaia di persone. Incassate un altro miliardo di dollari circa, in contratti per "ricostruire" le infrastrutture.
Per coprire le spese di viaggio e gli extra, intentate azioni legali chiedendo risarcimenti per i profitti mancati nel paese devastato. Diversificate gli investimenti. Comprate un'emittente televisiva, in modo che in occasione della prossima guerra possiate mettere in mostra i vostri armamenti e la vostra tecnologia militare mascherati da servizi e reportage. E infine, create un premio per i diritti umani con il nome della vostra azienda. Potreste assegnare il primo riconoscimento postumo a Madre Teresa di Calcutta. Non potrebbe rifiutarlo né controbattere.
L'Iraq invaso e occupato è stato costretto a pagare 200 milioni di dollari a titolo di "risarcimenti" per profitti mancati a multinazionali come Halliburton, Shell, Mobil, Nestlé, Pepsi, Kentucky Fried Chicken e Toys R Us. E questo oltre ai 125 milioni di dollari di debito come stato sovrano che lo costringono a rivolgersi al Fondo monetario internazionale, appostato in attesa come l'angelo della morte, con il suo programma di aggiustamento strutturale (anche se in Iraq sembra che non siano rimaste molte strutture da aggiustare. A parte l'oscura    al Qaeda). Nel nuovo Iraq la privatizzazione ha conquistato nuovi spazi. L'esercito statunitense recluta sempre più spesso mercenari privati che collaborano all'occupazione. Il vantaggio dei mercenari è che quando sono uccisi non rientrano nel calcolo dei soldati americani morti. Questo aiuta a gestire l'opinione pubblica, cosa particolarmente importante in un anno elettorale. Le prigioni sono state privatizzate. La tortura è stata privatizzata. Abbiamo visto a cosa porta tutto ciò. Tra le altre attrattive del nuovo Iraq ci sono anche la chiusura dei giornali, il bombardamento di emittenti televisive, i reporter uccisi. I soldati americano hanno aperto il fuoco sui manifestanti disarmati uccidendo decine di persone. L'unico tipo di resistenza che è riuscito a sopravvivere è folle e brutale come l'occupazione. C'è spazio per una resistenza laica, democratica, femminista e non violenta in Iraq? Di fatto no.

Pareti scivolose

per questo tocca a noi che viviamo fuori dall'Iraq creare una resistenza di massa laica e non violenta all'occupazione statunitense. Se non lo facciamo, corriamo il rischio di permettere che l'idea di resistenza sia sequestrata e confusa con il terrorismo, e sarebbe un peccato perché non sono la stessa cosa.
E allora cosa significa pace in questo mondo selvaggio, aziendalizzato, militarizzato? Cosa significa pace in un mondo dove un radicato sistema di appropriazione ha creato una situazione in cui le nazioni povere che per secoli sono state saccheggiate dai regimi coloniali affondano nei debiti con gli stessi paesi che le hanno saccheggiate, e devono ripagarli al ritmo di 382 miliardi di dollari l'anno?
Cosa significa pace in un mondo in cui la somma della ricchezza dei 587 miliardari del pianeta supera la somma del prodotto interno lordo dei 135 paesi più poveri? O quando i paesi ricchi che pagano sussidi all'agricoltura per un miliardo di dollari al giorno cercano di costringere i paesi poveri a rinunciare ai loro sussidi? Cosa significa pace per le popolazioni dell'Iraq, della Palestina, del Kashmir, del Tibet e della Cecenia occupati? O per gli aborigeni dell'Australia? O per gli Ogoni della Nigeria? O per i Curdi in Turchia? O per i dalit e gli adivasi, i fuori casta e i senza casta, in India? Cosa significa pace per i non musulmani nei paesi islamici, o per le donne in Iran, Arabia Saudita e Afghanistan? Cosa significa per i milioni di persone sradicate dalle loro terre dalle dighe e dai progetti di sviluppo? Cosa significa pace per i poveri derubati delle loro risorse e per i quali ogni giorno la vita è una tetra battaglia per l'acqua, la casa, la sopravvivenza e, soprattutto, una parvenza di dignità? Per loro la pace è guerra.
Sappiamo benissimo a chi giova la guerra nell'età dell'impero? Ma dobbiamo anche chiederci onestamente: a chi giova la pace nell'età dell'impero? Alimentare la guerra è criminale. Ma parlare di pace senza parlare di giustizia potrebbe facilmente diventare un discorso in favore di una ritirata. E parlare di giustizia senza smascherare le istituzioni e i sistemi responsabili dell'ingiustizia è più che ipocrita.
E' facile dare ai poveri la colpa della loro povertà. E' facile credere che il mondo sia intrappolato in una spirale di terrorismo e di guerra. E' quello che permette al presidente americano di dire: "O siete con noi o con i terroristi". Ma noi sappiamo che è una falsa alternativa. Sappiamo che il terrorismo è solo la privatizzazione della guerra: i terroristi sono i sostenitori del libero mercato della guerra, credono che l'uso legittimo della violenza non sia una prerogativa esclusiva dello stato.
E' sbagliato fare una distinzione morale tra l'indicibile brutalità del terrorismo e la carneficina indiscriminata della guerra e dell'occupazione. Entrambi i tipi di violenza sono inaccettabili. Non possiamo sostenerne uno e condannarne un altro. La vera tragedia è che la maggior parte della gente è intrappolata tra l'orrore di una pace finta e il terrore della guerra. Sono le due pareti scivolose intorno a noi.
La domanda è: come possiamo uscire da questo burrone? Chi è benestante ma si sente moralmente a disagio, deve chiedersi innanzitutto se vuole veramente uscirne. Fino a dove siete disposti ad arrivare? Il burrone non è diventato troppo comodo? Se volete veramente arrampicarvi fuori, ci sono notizie buone e notizie cattive.
La buona è che il gruppo di testa ha cominciato la scalata qualche tempo fa. Sono già a metà strada. Migliaia di attivisti in tutto il mondo hanno lavorato sodo per costruire i punti di appoggio per i piedi e per fissare le corde, in modo che per tutti noi la scalata diventi più facile.
Non c'è una sola strada per salire. Ci sono centinaia di modi per farlo. Ci sono centinaia di battaglie combattute in tutto il mondo e che hanno bisogno delle vostre capacità, delle vostre menti, delle vostre risorse. Nessuna battaglia è irrilevante. Nessuna vittoria è troppo piccola.
La cattiva notizia è che le manifestazioni colorate, le marce del fine settimana e i viaggi annuali al Social forum mondiale non bastano. Servono azioni mirate di concreta disobbedienza civile con conseguenze concrete. Forse non possiamo premere l'interruttore e accendere una rivoluzione. Ma ci sono varie cose che potremmo fare. Per esempio, potremmo compilare un elenco delle società che hanno tratto profitti dall'invasione dell'Iraq e hanno una rappresentanza qui in Australia. Potremmo fare i loro nomi, occuparle, occupare i loro uffici e costringerle ad abbandonare l'attività. Se è successo in Bolivia, può succedere in India. Può succedere in Australia. Perché no?
Questo è solo un piccolo suggerimento. Ma ricordate che se la lotta dovesse ricorrere alla violenza, perderebbe lungimiranza, bellezza e immaginazione. E, cosa più pericolosa di tutte, finirebbe con l'emarginare e sacrificare le donne. E una lotta politica che non ha le donne al centro, sopra, sotto e dentro di sé, non è neppure una lotta. Il punto è che bisogna partecipare alla battaglia. Come ha detto lo storico americano Howard Zinn: non si può restare fermi su un treno in movimento.

INTERNAZIONALE 571, 23 DICEMBRE 2004

Questo articolo è tratto dal suo discorso alla Sydney peace foundation che il 4 novembre 2004 le ha assegnato il premio per la pace. Indice Pagina    Indice Forum


INTERNET, STUPIDITA' E DIRITTI D'AUTORE

Pretendere soldi sotto forma di pagamento per i diritti d'autore per l'utilizzo di fotografie di opere artistiche in siti didattici, culturali, scolastici, di privati e di associazioni no profit senza fini di lucro che operano nello spirito del "cooperative learning" non è morale, non è economico, non è intelligente, non è legale, ma è da stupidi e da ignoranti. Queste pagine internet infatti esaltano la creatività degli stessi autori, e di coloro che ne divulgano l'arte, e aiutano tutti i cittadini di buona volontà ad approfondire la propria conoscenza estetica e quindi etica del mondo in cui vivono, ed è inutile dire che questo processo oltre che ad essere didattico e pedagogico aiuta inevitabilmente ad incrementare la sensibilità degli esseri umani e quindi ne stimola il loro progresso e la loro evoluzione. In questa ottica la legislazione americana prevede il "fair use", istituto prettamente statunitense che sancisce la possibilità di utilizzare le immagini protette da copyright senza autorizzazione del proprietario, questo però, a determinate condizioni, ossia, per finalità di promozione "del progresso della scienza e delle arti utili".

Impedire o richiedere il pagamento di esose somme di denaro per l'utilizzo senza scopi di lucro di immagini di vari quadri da parte della Siae impone quindi la nascita di un ampio dibattito sulla moralità e la validità giuridica di un tale comportamento e sulla necessità di interpretare al meglio la legge sui diritti d'autore, che mina gravemente il diritto alla diffusione libera del sapere, della cultura, della conoscenza e che al tempo stesso mira a lasciare i cittadini nell'ignoranza più totale e si accanisce contro quei poveri intellettuali che con grande fatica ed impegno cercano di divulgare e di diffondere una certa sensibilità artistica, letteraria e sociale, ovvero che cercano in pratica di migliorare la sensibilità etica ed estetica di tutta l'umanità del nostro pianeta. Ma questo accade solo in Italia dove la stupidità e la rigidità del nostro sistema bloccano la creatività e la crescita dei siti culturali e quindi al tempo stesso inibiscono la promozione del nostro territorio, del nostro genio, delle nostre imprese e allontanano i navigatori stranieri e locali dalla nostra realtà, la qual cosa costituisce un gravissimo danno per tutto il paese. Questa situazione richiede dunque non solo l'intervento immediato di tutti gli intellettuali di buona volontà che abbiano un minimo a cuore le sorti culturali, sociali, economiche e scientifiche del nostro paese, ma anche di tutti quei naviganti che di questo passo diventeranno sempre più succubi di una cultura straniera, non sempre amicale nei nostri confronti, e che vedranno di pari passo impoverirsi a grandi falcate le loro già misere finanze.

Su internet ormai si può trovare di tutto e soprattutto immagini di opere d'arte, fotografie, filmati, musica, ipertesti didattici, articoli, corsi, e via dicendo, il web sta in pratica trasformando molti principi culturali e la filosofia di fondo che ne sta alla base è quella rivoluzionaria della condivisione e della libera comunicazione di idee, di sentimenti, di pensieri, di testi, di immagini, di critiche e di proposte. I links e gli ipertesti, la multimedialità e la diffusione gratuita di tutto il sapere online, sono i concetti basilari di questa enorme innovazione tecnologica e culturale. Siamo entrati nell'epoca della rete e delle reti di reti. Tutto il mondo del business, delle istituzioni e dell'educazione deve ormai puntare su internet. L'innovazione più importante di questa rivoluzione è che la premessa per lo sviluppo ed il successo della grande rete non è più l'individualismo e l'egoismo, come nel mondo reale in cui viviamo, ma la condivisione di interessi e bisogni. La messa in comune di conoscenze, competenze e capacità. Solo così infatti la nostra umanità può crescere e risolvere i problemi spinosi che la assillano.

Ma in Italia come al solito il "digital divide" aumenta implacabilmente rispetto all’Europa. Aumenta insieme agli stipendi, al potere, e alle risorse finanziarie dei manager di tantissime aziende pubbliche e private che ostacolano e limitano lo sviluppo del paese e la crescita armonica della nostra società. Negli Stati Uniti più del 50% delle famiglie ha la banda larga. La banda larga, non l’ADSL, in Italia invece ci sono zone dove non è coperto neppure il cellulare. Per non parlare poi dello stato della nostra ricerca, delle nostre scuole, di tanti nostri ospedali, delle nostre aziende, delle nostre città, sempre più caotiche e disorganizzate, della nostra burocrazia e della nostra giustizia, e in mezzo a tutta questa caotica imbecillità c'è anche chi si perde ancora a chiedere i diritti per qualche misera foto a bassa risoluzione di autori ormai morti da tempo. Inoltre il web significa libertà di espressione e se passa il concetto che gli unici a poter fare critica o cultura sono solo le "testate registrate" allora qualcuno mi spieghi cosa cavolo è stato inventato a fare il www, Berners Lee non poteva dedicarsi a qualcosa di più utile? Poteva trovare un vaccino contro l'AIDS, studiare un po' i tumori, pensare a qualcosa contro le PM10, contro il surriscaldamento del pianeta o le catastrofi ambientali che ci travolgeranno.

Certo le cose non sono semplici, infatti in questo settore la concorrenza è spietata e tutti cercano di garantirsi il più alto numero di utenti, causando così in parecchi casi la soppressione di molte realtà. E così operando la Siae sta causando la morte dei nostri siti scolastici, culturali, didattici, artistici e divulgativi. Ma una cosa deve essere chiara, ormai è finita l'epoca in cui le grosse aziende riuscivano a controllare l'accesso alle informazioni, e oggigiorno sono proprio i consumatori, le loro associazioni e le grandi organizzazioni no-profit, non governative e anti-globalizzazione la migliore risorsa di informazione per il nostro mondo in fase di grande mutamento. Pensate che più di 23.000 scienziati nel mondo si sono impegnati a boicottare le riviste che non renderanno i propri articoli accessibili gratuitamente su internet entro sei mesi dalla pubblicazione. In pratica una vera e propria rivoluzione. Tutto il sapere deve essere messo in rete e deve essere fruibile da parte di tutti; solo così potremo migliorare la nostra umanità e diffondere il pluralismo e la vera ricerca globale. Questo ovviamente contrasta con gli interessi dei grossi editori che da soli riescono a controllare la pubblicazione di migliaia di riviste, si pensi per esempio al colosso anglo-olandese Reed Elsevier che gestisce con pochi altri un giro di affari di 10 miliardi di dollari all'anno. E' evidente che queste situazioni di monopolio devono alla lunga essere ridimensionate. Perciò se anche voi credete che in questo mondo tutti debbano aver voce in capitolo, unitevi a noi, e combattete con noi questa battaglia per la libertà di espressione creativa e per la crescita del nostro web didattico, artistico e culturale, infatti l'unione fa la forza e solo in questo modo le vostre idee, le vostre iniziative e le vostre aspirazioni potranno crescere e contribuire al miglioramento e alla piena realizzazione di tutta l'umanità.

Negli Stati Uniti già dalla fine dell'anno 2003 si stava costruendo una rete di connessioni tra tutte le università e i laboratori del paese, questa Internet Speciale chiamata e-science sarà in grado di collegare tutti i ricercatori mediante fibre ottiche alla velocità di 10 mega bits al secondo. Grazie a questo progetto, che si spera verrà poi allargato anche ad altre realtà, sarà possibile trasferire e condividere enormi quantità di dati e di ricerche, compreso la mappatura del genoma umano e sarà inoltre possibile lavorare con grande velocità e nello stesso tempo su modelli tridimensionali delle varie proteine. Purtroppo invece dobbiamo allo stesso tempo constatare che nel nostro paese oltre a non favorire lo sviluppo della ricerca, delle tecnologie e a non incentivare economicamente gli scienziati, si fa di tutto per bloccare e limitare anche la buona volontà degli insegnanti che fanno cultura in rete e che cercano di unire le due culture, umanistica e scientifica, al fine di aumentare la creatività di tutti. E così mentre gli altri paesi avanzano, da noi c'è un marciume stagnante che impedisce qualsiasi progresso e questo è dovuto anche alle nostre stupide e ataviche leggi e a chi le prende a pretesto per fare due soldi alle spalle del buon senso, della logica, della creatività e del progresso scientifico e culturale. Quindi senza far riferimento ai pietosi dati delle statistiche sull'utilizzo di Internet e della banda larga in Italia, dobbiamo rilevare che procedendo in questa direzione il nostro paese risulterà sempre più abitato da un popolo tecnologicamente, scientificamente, culturalmente e artisticamente analfabeta, stupido, violento, incolto, ignorante, insensibile, cafone, infelice, chiuso, introverso, e che alla fine non riuscirà più a rimanere al passo dei paesi più liberi e più civilizzati e sarà quindi sempre più costretto a vivere in un paese squallido, triste, cupo, misero, ingiusto, ridicolo ed ignobile.

Carl William Brown  Indice Pagina    Indice Forum

 

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